Abbandonare il corpo per paura della vita

9 maggio, 2018

Dopo aver subito qualche tipo di tradimento o delusione, gli individui mettono in atto due tipi di strategie corporee per non sentire il dolore della ferita che si è aperta in loro.

La prima è la rigidità corporea. Il corpo si indurisce al punto da sviluppare contrazioni su contrazioni, disturbi psicosomatici di vario tipo, tensioni croniche ecc., in una maniera totalmente o quasi inconsapevole.

Non si è coscienti cioè delle proprie tensioni, perché il dolore racchiuso in esse possa essere ignorato.

La seconda strategia è quella di rifugiarsi nella mente, nel pensiero astratto, negli aspetti simbolici e interpretativi degli eventi e delle emozioni.

Le persone che si rifugiano nella mente “pensano le cose” piuttosto che sentirle, perché è più facile ragionare di qualcosa che ci fa stare male, piuttosto che stare nella percezione del dolore stesso.

Nella sensazione del disagio.

In questa seconda strategia la mente si sgancia dal corpo e il soggetto si rifugia in essa.

Nel tendere il proprio corpo, nel contrarlo per non sentirlo più, la persona sente una grande carica aggressiva che tuttavia non riesce a scaricare.

Perché essa è imbrigliata nei muscoli e nelle ossa. Qui c’è un’alta carica energetica, ma essa non è sfruttabile. Può solamente esplodere da un momento all’altro, e il rischio è proprio questo.

Ecco perché la persona sente di perdere il controllo se anche solo lascia andare per un momento la sua rigidità.

Tuttavia, proprio perché vi è un trattenimento dell’energia aggressiva, essa si scarica all’interno, ed è per questo che hanno luogo disturbi psicosomatici di vario genere.

Nel rifugiarsi nella mente, viceversa, la carica energetica del corpo è bassa. Dissociandosi da quella fonte di energia primaria che è il corpo, il soggetto è completamente irretito dalle sue astrazioni e sofisticazioni intellettuali.

Le quali tuttavia non trovano alcuno sbocco concreto perché l’energia per realizzare le proprie idee è al di fuori di ogni portata.

Qui si ha una grande capacità di analisi, ma al di fuori di un certo senso di realtà, e da quella eccitazione che solo il contatto con il proprio corpo e con le emozioni canalizzerebbe in un progetto e in azioni capaci di dare soddisfazione e gratificazione autentiche.

L’esempio letterario più famoso è forse quello di Pessoa, il quale ha viaggiato molto, soprattutto nella sua mente e grazie ad essa, finendo per restarvi impigliato al punto da dubitare di essere cosciente o meno: “Quando mi sveglierò dall’essere sveglio?” (Una sola moltitudine)

Se fosse rimasto ancorato al corpo, se ne avesse avuta la forza, non avrebbe avuto alcuna necessità di porsi questa domanda. Ha vissuto tante potenzialità, le quali tuttavia sono rimaste solo su un piano astratto. 

Entrambi questi metodi dunque hanno un unico scopo: dissociarsi dal proprio corpo per non sentire le emozioni tradite che in esso si mostrano attraverso il dolore della carne.

Tuttavia, la dissociazione dal corpo, sia nel trattenimento muscolare che nella scissione mente-corpo, produce una separazione dalla vita stessa. Dai nostri sentimenti, emozioni, sensazioni.

Dobbiamo ricordarci che se ci allontaniamo dal corpo per non sentire il dolore che in esso è racchiuso, finiremo per non sentire più nemmeno il piacere che può darci un corpo sciolto, energico e vitale, il quale è in grado di accogliere l’eccitazione e la gioia di vivere. 

Se disabitiamo il corpo per paura del dolore, ci allontaniamo anche dal piacere che quel corpo, il nostro corpo, può farci percepire.

In questo senso nella perdita del corpo è inclusa la perdita del sentire pienamente la vita. 

Per uscire da questo circolo vizioso occorre tenere presente che il dolore è strettamente legato al piacere, e che non c’è l’uno senza l’altro. E che se escludiamo l’uno non potremo che escludere anche l’altro. 

So bene che cosa significa tutto questo, perché ho vissuto sulla mia pelle queste dinamiche e le ho risolte. Inoltre, occupandomi come counselor di mediazione corporea, lavoro spesso con i clienti sulla consapevolezza del loro corpo, e quindi sulla accettazione di ciò che essi vivono, nel bene e nel male. 

Se questo atteggiamento di negazione del corpo si protrae diventa un’abitudine inconscia, al di là del dolore che si sta provando in un determinato momento. 

Allontanarsi in modo sostanziale dal corpo, in questo caso, significa allora avere paura della vita in generale. La quale come abbiamo detto è sia piacere che dolore.

Nel capitolo “Le parti del corpo e le emozioni” all’interno del mio nuovo libro, “L’autenticità del Sé”, ho evidenziato in che maniera, nello specifico, le diverse emozioni ferite e trattenute si cristallizzano nelle differenti parti corporee.

Inoltre, ho inserito numerosi esercizi attraverso i quali il lettore potrà iniziare a contattare, consapevolizzare, sciogliere e integrare le sue emozioni.

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© Omar Montecchiani

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