Il confronto con la morte e il senso della vita

19 maggio, 2018

Dal momento in cui nasce, l’uomo sa che deve morire. Si nasce, si muore. E questo è un fatto. Punto.

Eppure, sappiamo bene che questo stesso fatto può essere vissuto in due modi totalmente diversi. Si può annegare nella disperazione piangendo della tragicità di questo fatto, dell’ingiustizia della vita: “tanto si muore, perché darsi tanto da fare qui su questa terra?”, “Perché darsi tante speranze”. O ancora: “Nulla ha senso se poi tutto finisce”.

Oppure si può vivere anche in quest’altro modo, pensando: “proprio perché si muore, e la vita è così evanescente e breve, voglio godermi tutto l’intermezzo, voglio godermela finché posso e realizzare tutto quello che è nelle mie capacità, per lasciare dopo di me una traccia che possa essere ricordata da chi rimane”.

Che cosa fa la differenza, tra questi due modi di scegliere come vivere un fatto così oggettivo come la morte? Il processo di “significazione” che attribuiamo al tempo e alla morte, cioè la diversa attribuzione di significati rispetto a uno stesso fatto.

La morte può essere ciò che annichilisce tutte le azioni o i significati possibili, le intenzioni praticabili; oppure può viceversa valorizzare tutto ciò che pensiamo e facciamo, e tutti i nostri progetti, in quanto il divenire di tutte le cose rende la fuggevolezza e la precarietà della vita parente prossima della bellezza. Una farfalla, ad esempio, è simbolo per eccellenza della bellezza, e al medesimo tempo della brevità della vita, della morte e della trasformazione possibile rispetto ad essa. Nasce, si trasforma, diviene bellissima, e in poco tempo muore. Ciò che non possiamo trattenere assume un senso elevato per lo spirito proprio perché, non potendolo avere per sempre, acquista ancora più valore grazie al suo essere effimero, delicato, fragile. La bellezza ha in sé qualcosa di fragile, per questo ci vuole sensibilità per fare esperienza di essa: uno spirito troppo brusco e grossolano, maldestro, non riesce ad apprezzarla perché non può percepirla. Non può comprenderla.

Il confronto con una situazione limite come la morte ci spinge a prendere una posizione rispetto a come vogliamo vivere la nostra vita. 

Sigmund Freud, in un suo scritto intitolato “Caducità”, esprime in modo superbo questo moto dell’anima, e per questo vale la pena riportarne un brano per esteso:

«Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato. Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto. No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttiva. Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento. Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta»

Ma che cosa fa sì che scegliamo un processo di significazione piuttosto che un altro, rispetto a uno stesso evento? I vantaggi che ci procura. Sia impliciti che espliciti.

Posso infatti scegliere di dare alla morte un significato capace di indurmi a un comportamento di un certo tipo, il quale a sua volta può procurarmi, consciamente o inconsciamente, dei vantaggi. Nel primo caso che abbiamo descritto, quello in cui la morte ci rimanda a significati di sconfitta, di prigionia e di annichilimento rispetto alla fine,  la nostra vita potrà essere tutto sommato, di rimando, confortevolmente noiosa, passiva, tranquillamente disperata. Posso vivere in un passato che non passa, fino alla morte (concreta, e non solo anticipata), senza troppi scossoni. Attendo senza fare né attendermi nulla, perché tutto finirà nel nulla, prima o poi. Ulteriormente, potrebbe anche darmi la possibilità di piangere su me stesso, di gonfiare il mio ego nella pseudo sofferenza, tenermi lontano dal mondo e dagli altri senza mettermi in discussione. Oppure, viceversa, posso interpretare la morte riorganizzando l’evento attorno a dei significati i quali possono indurmi ad agire nel mondo, in vista di un futuro per il quale vale ancora la pena di vivere pienamente, per tutto il tempo che resta da vivere. Breve o lungo che sia. Posso rischiare così di incontrare l’altro pienamente, posso permettermi di sbagliare tentando di realizzare qualcosa, godendomi la vita seppur consapevole della sua brevità e di una certa dose di dolore possibile, intrinseco in ogni scelta, in ogni atto, o piacere relativo. In nessuno dei due atteggiamenti e orientamenti di senso c’è un fuggire dalla morte e un non ammetterne l’esistenza (è inevitabile ammetterla). Solo che in uno si viene schiacciati dalla fine inevitabile che annulla tutte le possibilità future; nell’altro è l’inevitabile fine a riflettere il valore della vita, presente e futura, proprio a partire dalla sua brevità e precarietà. La fragilità e mortalità della vita ti spinge a un senso di delusione e di rammarico, o ti motiva a voler vivere più intensamente che puoi? È una questione di scelta.

Dice Viktor Frankl: “Tutto può essere tolto ad un uomo ad eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane – poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, anche se solo per pochi secondi” 

Per concludere, potrei portare a questo proposito il classico esempio dei campi di sterminio: luogo oggettivamente spiacevole e tremendo, nel quale alcuni preferirono sopravvivere rubando al prossimo piangendo la loro condizione, sprofondarono nella cattiveria e nell’abbrutimento. Altri invece coltivarono la bellezza e la generosità, prendendosi cura di una piantina, di un topo, dividendo il poco pane che avevano con altri.

Viktor Frankl, neurologo e psichiatra austriaco, fondatore della logoterapia, sopravvisse ai campi di sterminio a partire da un atteggiamento di autotrascendenza, nel quale si rivolse a un compito futuro capace di coinvolgere il bene di tutta l’umanità. Quando fu deportato nei lager nazisti, Frankl aveva già scritto un’opera importante, “La cura dell’anima”, che portò con sé sotto forma di manoscritto cucito sotto la fodera del cappotto. Ovviamente il manoscritto gli venne sequestrato, e proprio questo manoscritto divenne per lui un obiettivo così forte da motivarlo a uscire da quell’inferno con le sue gambe. Il confronto con la morte lo aveva spinto a trovare una ragione di vita seppure in condizioni tragiche. Così scrive Frankl in proposito:

“Sono convinto che alla mia personale sopravvivenza abbia contribuito in misura notevole la risolutezza e l’ostinazione a voler ricostruire il manoscritto che ero stato costretto ad abbandonare. Cominciai a farlo nel lager di Turkheim, quando fu in preda al tifo petecchiale e, per evitare collassi e deliri tremendi, mi costringevo a restare sveglio per la maggior parte della notte. Per il mio quarantesimo compleanno un prigioniero della mia stessa baracca mi regalò un mozzicone di matita e un paio di minuscoli cartoncini appartenenti alle SS: ebbene, ancora febbricitante, cominciai a scarabocchiare sul retro parole stenografate che mi furono di notevole aiuto per la ricostruzione del libro che nella seconda stesura fu arricchito dall’inveramento esemplare della teoria in una situazione-limite come quella di Auscwitzh”

Una stessa situazione, due interpretazioni diverse. Due scelte differenti.

 

 

© Omar Montecchiani

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