Critichiamo o giudichiamo?

9 maggio, 2018

Spesso critica e giudizio vengono confusi. Vorrei quindi esprimere ciò che io intendo con queste due parole, e quali atteggiamenti.

Le persone, in una qualsiasi conversazione, sia pubblica che privata, tendono a scambiare una affermazione di giudizio, come potrebbe essere questa: “Lei sta sbagliando”, o peggio ancora “Lei è una persona sgradevole”, con un atteggiamento critico.

Non è così. Questo è un giudizio, in quanto investe il livello logico più alto, cioè quello della personalità (Sei sbagliato, sei stupido, sei ignorante).

Un conto è dire “quello che stai facendo non è corretto”; un conto è dire “stai sbagliando”; e un altro livello ancora è “sei sbagliato”. Provate a ripetere dentro di voi queste parole, riportandole a qualche caso reale che vi ha coinvolti: sentite che effetto vi fa a livello corporeo ed emotivo.

Nel giudizio la persona non ha possibilità di scampo, di redimersi, finendo per rimanere schiacciata dal senso di colpa. La sensazione potrebbe essere quella di costrizione, di impotenza, di manipolazione.

Criticare un atteggiamento, un “modo di fare”, va bene; esprimersi su ciò che una persona prova, o su come la persona “è” nella sua vita, e quindi a livello di identità, rappresenta un giudizio.

Un criterio per dividere la critica dal giudizio quindi, è questo: quello tra comportamento e persona.  

Ma potremmo andare oltre, operando una distinzione più sottile: quella tra comunicare e non comunicare verbalmente.

Se la critica è interiore, anche a persone, situazioni, metodi, atteggiamenti, viceversa, io posso stare operando un discernimento attraverso il quale filtro ciò che mi appartiene distinguendolo da ciò che non mi appartiene. Ciò che mi serve da ciò che non mi serve; ciò che posso integrare da ciò che non posso, al momento, integrare.

In questo senso se non esprimo all’altro ciò che sto pensando, e quindi non ledo la sua libertà e il suo senso morale, posso permettermi di giudicare la sua persona, ma dentro di me: “quella persona non mi piace, voglio allontanarmi da lei”.

In altre parole, è il mio diritto di pensare che sto esercitando in questo momento, il quale non offende nessuno.

Vedete che qui il giudizio sulla persona sfuma in un discernimento critico il quale non investe l’altro, non nega la sua libertà, ma è funzionale al proprio diritto di proteggersi e di rispettarsi quando abbiamo una sensazione negativa rispetto a qualcuno. Ci rispettiamo, rispettando al contempo l’altro.

Qui oltretutto c’è una permeabilità dei propri schemi mentali, una porosità, capace da un lato di mantenere la persona radicata nel proprio essere, nel proprio valore come persona, ma anche nel senso di sé come individuo dotato di libertà di scelta e di volontà. Scelgo con chi stare, cosa pensare di una cosa piuttosto che di un’altra.

Andiamo ancora più in profondità, e prendiamo un altro criterio, oltre a quelli di comportamento/persona e del comunicare/non comunicare: e cioè quello di apertura/chiusura e sicurezza/insicurezza, i quali espandono i significati del precedente criterio.

Nel giudizio io condanno qualcosa o qualcuno senza possibilità di appello, come abbiamo detto. E quindi qui c’è il tentativo di categorizzare, incasellare e mantenere fuori di sé qualcosa che si avverte come pericoloso per la propria identità, convinzioni, valore personale.

La condanna del giudizio e la messa a distanza conseguente, è funzionale alla chiusura per la propria sopravvivenza psichica ed esistenziale.

Alcune volte, se si vive in un contesto tossico ad esempio, nel quale le persone intorno a noi rappresentano un pericolo per la nostra integrità, il giudizio può rappresentare un’ancora di salvezza momentanea per prendere le distanze.

Ma al medesimo tempo occorre prendere coscienza del fatto che non vi è, in questo, un’oggettività.

Se qualcuno, per noi, è particolarmente aggressivo, e questo ci suscita paura, evidentemente dall’altra parte c’è una fragilità o un’insicurezza di fondo che, al momento, ci appartiene. Qualcun altro potrebbe percepire infatti rabbia, oppure perplessità, oppure ancora curiosità.

Certamente l’aggressività altrui può scatenare in noi un atteggiamento di difesa: ed è giusto e naturale che sia così.

Ma se al difendersi e al contrattaccare seguono sensi di colpa e di vuoto, oppure ad una difesa passiva attraverso un silenzio ostinato, seguono pensieri rancorosi e giudicanti, magari per giorni, forse c’è qualcosa di diverso da un semplice impulso a difendersi.

Stessa cosa per quanto riguarda convinzioni e idee. Un conto è accogliere, analizzare e valutare le idee che l’altro ci propone; un conto è provare un senso di rabbia, di pericolo, di insicurezza e di dubbio profondo di fronte alle sue convinzioni, magari accompagnati da sensazioni viscerali, che si protraggono per diverse ore o giorni.

Insomma, il nostro stesso giudizio, inteso qui come muro e messa a distanza difensiva, potrebbe aiutare a farci riflettere sia sugli altri e sui loro comportamenti, sia su noi stessi, sulla nostra capacità di chiusura o di apertura. Su quanto le nostre convinzioni e certezze siano davvero solide, e quanto no.

Ricapitolando, possiamo dire che il giudizio colpisce sostanzialmente la persona, e non rappresenta una valutazione, un feedback, rispetto ai comportamenti, i quali sono modificabili, mentre invece il livello logico dell’identità invece rappresenta qualcosa di immodificabile.

È esprimibile dentro di sé rispettando così l’altra persona, ed è sinonimo di difesa personale, ma anche di chiusura rispetto alla propria fragilità o sensibilità se vogliamo, nei rapporti interpersonali e nell’incontro tra le diverse visioni del mondo.

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