Quando il cuore diventa di ghiaccio

Quando il cuore diventa di ghiaccio

9 maggio, 2018

Possiamo senza dubbio dire che uno dei bisogni insopprimibili dell’essere umano sia quello di intrecciare rapporti con gli altri. Cioè di amare ed di essere amato.

Per questo Aristotele chiamava l’uomo “zoon politikon”: l’animale sociale.

Avere rapporti con gli altri significa fondamentalmente instaurare relazioni basate su sentimenti ed emozioni, che possono o meno essere ricambiati.

Tuttavia, nel momento in cui questo scambio, spesso implicito, si interrompe, cioè non veniamo ricambiati nei nostri sentimenti e aspettative, il nostro cuore rimane ferito.

A volte lacerato, spezzato, distrutto.

Proviamo dolore perché, fondamentalmente, se amiamo una persona o proviamo del semplice affetto per lei, nel momento in cui ci apriamo ad essa e lei si chiude avvertiamo un dispiacere legato al nostro atto di generosità, di fiducia, nei suoi confronti.

I sentimenti che le abbiamo offerto hanno messo a nudo, e quindi a repentaglio, il nostro cuore e la nostra anima.

In altre parole ci siamo esposti diventando  vulnerabili agli occhi altrui.

La nostra intimità e vulnerabilità offerta come un regalo prezioso, come uno scrigno pieno d’oro e di gemme, non è stata apprezzata e accolta. Bensì ignorata, mal compresa, o peggio ancora calpestata.

Per questo stabilire legami è così difficile.

Ci vuole un grande tatto, capacità di comunicazione, e una grande sensibilità, per restare in equilibrio tra il desiderio di donare, e la capacità di accogliere e sostenere un possibile rifiuto.

Perché se ne abbiamo troppa, di sensibilità, rischiamo di rimanere feriti più a fondo.

Le persone sensibili offrono agli altri molto di più rispetto alla media: ma il rischio di chiudersi a riccio dopo aver vissuto il dolore della perdita e del rifiuto, oppure peggio ancora del tradimento, è ancora più grande.

In questo modo, man mano che il cuore vive queste delusioni, può cristallizzare il proprio movimento pulsante di apertura e di chiusura congelandosi definitivamente.

In altre parole si diventa insensibili non tanto perché gli altri ci hanno deluso: ma perché la nostra sensibilità è talmente elevata, talmente sottile, da mettere allo scoperto la carne e a nudo la propria anima, lasciandoci senza difese.

A volte senza confini tra noi e l’altro.

Così, congelando il proprio cuore ci si mette al riparo da una sensibilità, la propria, in grado di far soffrire.

Il cuore si indurisce per proteggersi da se stesso.

Tuttavia, il congelamento emotivo ed affettivo alla lunga genera un dolore ancora peggiore del rifiuto o del disinteresse altrui.

Negando la propensione ad amare, infatti, sopprimiamo un bisogno intimo dell’uomo, il quale comunque riemerge sempre.

Viviamo così il conflitto tra i bisogno di andare verso gli altri e di fidarci di loro, e il desiderio di proteggerci a partire dalla paura di essere feriti ancora una volta.

Non apprezziamo più la vita, i rapporti umani, e gli stessi sentimenti ed emozioni.

Tutto diventa freddo e distante: una distanza di sicurezza che può far morire dentro.

Tuttavia, sono personalmente convinto che un cuore raffreddato, o congelato, può tornare a riscaldarsi e a battere a partire dalla rinascita di un maggiore senso di sicurezza interiore, e da una migliore gestione della propria sensibilità.

Stabilendo confini più solidi tra sé e l’altro, ma anche porosi e flessibili, capaci di riaprire la pulsazione del sé anche dopo cocenti delusioni.

Permettendo in questo modo alla persona di tentare di osare ancora, di mettersi in gioco, e di buttarsi all’interno di rapporti umani arricchenti e gratificanti.  

Se vuoi contattarmi per un problema relazionale e/o affettivo, chiamami senza impegno al 3477120438. Ne parleremo insieme.

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© Omar Montecchiani

 

 

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