Fallimento e attaccamento

Fallimento e attaccamento

14 aprile, 2018

A volte la nostra ostinazione rispetto a un bisogno che tentiamo ripetutamente di soddisfare, può nascondere una situazione esistenziale di fondo: e cioè che vogliamo eliminare la nostra frustrazione derivante da un fallimento evidente, che tuttavia noi non vogliamo vedere.

In altre parole, attraverso una specie di attaccamento ideale a qualcosa che pensiamo sia un nostro bisogno, vogliamo allontanarci dal dolore e dalla disperazione non ammettendo questi sentimenti nella nostra vita.

Perché essi appunto rappresentano il segno di un fallimento, di uno scacco subito, di una delusione cocente mai accettata.

Ad esempio, ci sono persone che tentano di raggiungere ostinatamente il successo dopo numerosi fallimenti, ma in realtà il loro desiderio ardente è un bisogno implacabile, un vuoto interiore le spinge ad attaccarsi al successo per sentirsi più sicuri, importanti, e all’altezza dell’immagine che si sono create di loro stesse.

Altre tentano ostinatamente di trovare la relazione perfetta, il marito o la moglie perfetti: quella persona cioè che sarà in grado di risolvere e colmare la propria vita, la propria interiorità e sentimenti.

Ma anche qui non c’è un desiderio autentico di fondo. Bensì il bisogno di attaccarsi a qualcuno per colmare un senso di perdita, di frammentazione, di insicurezza, mai superate e mai accettate.

Ed è proprio allora che le relazioni d’amore diventano, dopo un primo periodo di illusoria felicità, opprimenti e angoscianti. Relazione dalle quali tuttavia non si riesce a liberarsi. Un paradosso dettato da un conflitto interno di questo tipo, mai risolto.

(A questo proposito ti consiglio il mio ultimo libro, “L’autenticità del Sé”, nel quale approfondisco questa tematica amorosa)

Anche il tentativo ripetuto di elevarsi spiritualmente, come capita sempre più spesso oggigiorno, potrebbe essere il segno di una dinamica di questo genere. Alcune persone fanno di continuo corsi di Reiki, Qi Gong, costellazioni, tarocchi, ecc.

Ogni settimana si ostinano a praticare di tutto e di più, pensando di elevarsi spiritualmente. Eppure, escono da questi corsi ancora più insoddisfatti e disperati di prima. Ancora più vuoti e fragili.

I diversi tentativi di provare a nascondere l’insoddisfazione negata a livello inconscio, attraverso questi comportamenti, producono un attaccamento mediante il quale circolarmente si mantiene quella stessa disperazione negata derivante dal proprio senso di fallimento.

In questo caso il miglior rimedio è quello di accettare la propria fragilità, il proprio fallimento e senso di insoddisfazione.

Forse è così che si può cominciare a spezzare il circolo vizioso che si è creato tra l’inaccettazione dei propri insuccessi, il senso di attaccamento e quindi la ripetizione di rapporti, comportamenti e obiettivi che sono al di sopra dei nostri limiti.

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© Omar Montecchiani

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