La corsa e la vita (terza e ultima parte)

9 maggio, 2018

Mi concedo di correre prima di pranzo solo la domenica, quando ho più tempo per le mie attività. La corsa, nonostante il piacere e il ricarico di energia che mi offre, non mi permette di studiare o scrivere successivamente: posso svolgere le attività intellettuali prima di uno sforzo fisico, ma non dopo.

Un altro piacere fondamentale mi viene dalla conoscenza dei percorsi che faccio.

Sono molto abituale. Se corro a Todi, la città dove abito, ci sono quei tre o quattro percorsi che ho memorizzato alla perfezione. Se corro invece a San Benedetto del Tronto, mia città adottiva, ne ho individuati due, che mi limito a solcare con diverse varianti. La strada può essere asfaltata, intorno alla città, oppure sterrata, in campagna. Quest’ultima la faccio soprattutto in primavera e in estate. Conosco ogni singolo dosso sul terreno, ogni sasso, pianta, angolo di muro, cancello; ogni singola luce, casa, e anche qualche persona con cui scambio qualche lieve cenno di saluto, e che abitualmente torna a casa all’ora di cena, oppure di pranzo. Non ho mai parlato con loro, né forse mai ci parlerò: ma in qualche maniera l’incontrarsi regolarmente fa si che tra di noi si stabilisca una conoscenza e un legame di qualche genere.

Nonostante i percorsi e le svolte che compio siano più o meno sempre quelli, dopo un certo tempo ho la percezione sempre rinnovata di vederci qualcosa di diverso. Forse sono io che cambio. Forse sono io che in una certa ora del giorno, o della notte, mi sento più malinconico, sono contento di me stesso, oppure gioioso. Magari assente e confuso. E queste sfumature interiori colorano di tonalità differenti gli stessi luoghi, le stesse strade, gli stessi chiaroscuri, le stesse persone. O magari, è il piacere di vivere che la corsa mi permette di contattare a farmi sentire un mondo differente laddove, effettivamente, non cambia nulla.

In effetti potrebbe essere questo. Più si ha voglia di vivere e più le piccole cose, anche quelle che possono apparire ripetitive e noiose in momenti di stanchezza interiore, sono talmente piacevoli da sembrare sempre diverse. La diversità, semplicemente, può essere un effetto del piacere: un trucco del sentimento per giustificare l’abitudinarietà, e continuare ad apprezzarla nonostante sia, per molti, noiosa. Non sto parlando di un rifugiarsi nell’abitudine per eludere il mondo, evitare di scegliere, di buttarsi nella mischia e uscire dalla propria zona di confort. Sto parlando di dare un valore unico ed essenziale ad ogni piccola, singola cosa che facciamo, senza più rendercene conto, tanta e tale è l’abitudine con la quale la facciamo. Ma è l’abitudine svuotata dell’amore che, forse, perde di senso e di significato. L’amore per la vita in generale, la voglia di vivere cioè, che si incarna all’interno di passioni particolari, le quali riflettono le nostre ricchezze interiori, rimandandoci in qualche modo al senso del nostro Sé. Senza amore per ciò che facciamo, infatti, è difficile sentire di valere qualcosa, così come è difficile sentire di essere interessati al mondo. Il mondo perde di interesse quando quello che facciamo non ci piace, o è fatto senza amore e senza passione. Ho imparato questo sulla mia pelle, in periodi bui che mi hanno insegnato molto.

Ecco, sto dicendo altro. Sto andando fuori pista. Parlavo di corsa e sono finito per discutere, probabilmente in modo pò banale, della vita. Ma sono sicuro che il lettore mi perdonerà se, appunto, il titolo di questo articolo era esattamente questo. Quindi lo ringrazio e auguro a tutti buona corsa, e buona vita!

 

© Omar Montecchiani

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