La rabbia: l’emozione che ci aiuta a difenderci

26 maggio, 2018

La rabbia, secondo Ekman, è una delle emozioni primarie fondamentali. Per primarie qui si intende universali. Cioè che si manifestano in modo universale in tutte le popolazioni del mondo, indipendentemente dalla cultura di appartenenza.

Questo significa che le emozioni primarie hanno una base essenzialmente biologica e neurofisiologica “forte”, cioè radicata negli strati del cervello più profondi e ancestrali. Nel cosiddetto cervello limbico.

Nella rabbia notiamo segnali fisiologici e corporei inequivocabili: battito cardiaco accelerato, muscoli tesi, soprattutto del viso, della schiena, delle spalle, delle braccia e delle mani. Denti stretti, fronte corrugata e via dicendo.

Questi segnali ci indicano che siamo arrabbiati con qualcuno o per qualcosa che ci è capitato. Siamo pronti all’attacco.

Anche i bambini piccoli si arrabbiano perché non viene dato loro del cibo, oppure le attenzioni dei genitori. Questo significa che la rabbia è un’emozione innata.

Essa serve tendenzialmente ad affermare noi stessi quando viviamo un’ingiustizia, quando subiamo un’offesa. In questo caso la rabbia ci serve per affermare con forza le nostre ragioni.

Oppure quando proviamo dolore, paura, senso di colpa.

In questi casi, in effetti, la rabbia fa da contraltare a queste altre emozioni fondamentali. Serve a uscire da esse, tollerarle, oppure gestirle in qualche modo attraverso una controreazione emotiva.

Se abbiamo paura, l’unico modo per uscirne è tirar fuori la nostra rabbia ed esprimerla. La rabbia infatti sblocca dallo stato di paralisi o di fuga indotto dalla paura.

Anche per quanto riguarda il provare dolore rispetto a qualcosa che magari ci viene negato, una separazione o un lutto, un abbandono ecc., sicuramente la rabbia rappresenta un’emozione reattiva capace di portarci un passo avanti verso l’uscita dalla sofferenza. Se siamo arrabbiati, il dolore è meno forte.

Anche se ovviamente è solo una prima reazione istintiva.

Nel caso del senso di colpa per aver fatto o per non aver fatto qualcosa nei confronti di qualcuno, l’arrabbiarci con noi stessi oppure proiettivamente con l’altro crea una condizione di uscita dalla palude della colpa.

Purtroppo la rabbia, e la sua espressione naturale che è l’aggressività, cioè il comportamento aggressivo, che non vuol dire per forza violento, sono tendenzialmente inibiti negli ambienti familiari.

Quando un bambino si arrabbia i genitori cercano subito di rassicurarlo e di farlo uscire da questa emozione fondamentale: “Non devi arrabbiarti, ti fa male”, oppure “Se ti arrabbi puoi fare del male agli altri, e questo non va bene”.

In realtà forse questo succede perché sono i genitori stessi a non essere in grado, a volte, di gestire e tollerare dentro di loro la rabbia dei propri figli.

La rabbia può essere rivolta per questo contro se stessi.

Si preferisce inibirla dentro di sé, così come l’aggressività. Questo procura solitamente delle tensioni corporee che finiscono per diventare croniche.

Se ci sentiamo continuamente frustrati per una situazione, famigliare, sociale, affettiva, lavorativa, ma neghiamo in noi stessi la rabbia e la sua espressione aggressiva, queste andranno a depositarsi sotto forma di sintomi nel corpo.

Tendenzialmente la rabbia inibita può procurare disturbi allo stomaco, all’intestino, al colon; oppure diversi disturbi del sonno, oltre che muscolo-scheletrici, oppure ancora psicologici.

La rabbia, come tutte le emozioni è sostanzialmente inconscia nella sua emergenza corporea e mentale: questo significa che quando qualcuno ci ruba un parcheggio per il quale stiamo facendo la fila da mezzora, non pensiamo minimamente che “siamo arrabbiati”, in modo cosciente.

Scendiamo dalla macchina con il sangue al volto e abbiamo solo voglia di dirgliene quattro.

Per questo si dice “essere accecati dalla rabbia”. Perché come giustamente sostiene LeDoux, quando siamo all’apice della rabbia, o anche della paura, subiamo il cosiddetto “sequestro neurale”.

Non siamo totalmente consapevoli di noi e di ciò che proviamo a livello emotivo. Ne siamo travolti.

Le scariche adrenaliniche, a partire dall’area cerebrale dell’amigdala, impongono una risposta emotiva aggressiva immediata, invadendo completamente l’area della neocorteccia, cioè della coscienza, nel giro di pochissimi millisecondi.

Eppure la rabbia ha un picco, un apice, come tutte le emozioni (anche se qui è più netto lo stacco), e poi una discesa.

Se riusciamo a starci dentro per un tempo sufficiente senza agirla, possiamo quindi gestirla consapevolizzando le situazioni, le parole e le persone per noi “sensibili”: io chiamo queste situazioni, parole e persone, “gli interruttori della rabbia”.

Quando sappiamo chi o cosa fa scattare in noi la rabbia, possiamo prepararci prima, giocare di anticipo, e quindi arginare la nostra rabbia e modularla nella sua espressione migliore.

Cioè senza fare del male agli altri oppure a noi stessi.

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© Omar Montecchiani

 

 

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