La tristezza: l’emozione del raccoglimento

La tristezza: l’emozione del raccoglimento

19 maggio, 2018

L’emozione della tristezza è tendenzialmente legata, oltre a fenomeni patologici come depressione, psicosi, bipolarismo, ad eventi luttuosi, di separazione, di perdita della speranza. È un’emozione diretta verso qualcosa.

Comunque la tristezza ha a che fare con le normali fasi evolutive dell’individuo, con i diversi passaggi da una fase all’altra della propria vita, e quindi con il cambiamento. Voluto o meno che sia.

La tristezza è quindi un’emozione attraverso la quale diventiamo coscienti del senso di perdita di qualcosa, della separazione da qualcosa, oppure del nostro sentirci abbandonati a noi stessi a partire dalla separazione stessa. In questo caso essa si coniuga con un certo senso di scoramento, di apatia, di disperazione.

Un nostro caro ci abbandona; un progetto fallisce e con lui tutte le speranze, le energie e il tempo che vi abbiamo investito; ci separiamo da qualcuno per il suo e per il nostro bene; cambiamo lavoro, casa, o anche semplicemente la nostra vecchia auto. In tutte queste situazioni subentra un sentimento di tristezza il quale produce in noi un senso di ripiegamento.

Nella tristezza, come dice Borgna, “il mondo e l’io si svuotano” (Borgna, 2011), ed è a partire da questo svuotamento sia interno che esterno che, il corpo e lo spirito della persona si accasciano su se medesimi.

Chi è triste volge spesso gli occhi verso il basso; le sue spalle sono ricurve così come la sua schiena; le mani si stringono tra loro in un gesto di protezione. Non ha voglia di parlare perché non ha niente da dire, poco in cui sperare, e nessuna voglia di progettare qualcosa.

A differenza della malinconia, la tristezza è più legata alla sofferenza nuda e cruda. Nella malinconia, seppure il nostro sguardo è vagamente triste, viviamo una dolcezza sconfinata, impenetrabile e diffusa.

La malinconia è connessa a qualcosa che non abbiamo mai avuto ma di cui sentiamo la mancanza. Victor Hugo diceva che la malinconia è “la gioia di essere tristi”.

E può non essere diretta verso qualcosa, differentemente dalla tristezza.

Leopardi ad esempio rappresenta il classico tipo melanconico. In questo caso essa è un tratto naturale della personalità.

Qui c’è una certa fantasia ancora attiva, una tendenza al romanticismo, i quali sono alimentati da qualcosa che si è avuto solo a metà, e che in qualche modo si continua a desiderare. Un amore non del tutto corrisposto, non vissuto fino in fondo, ad esempio.

Nella tristezza, viceversa, lo spirito è ferito, lacerato quasi, da un evento che ha lasciato il lui un vuoto che non si può colmare subito. Anche se occorre dire che la tristezza prima o poi passa.

Ma è questo vuoto che produce un ripiegamento su di sé, non colmato da nulla se non dalle proprie lacrime che tentano di esprimere la lacerazione che esso ha aperto in noi.

Sostenere questo vuoto tanto a lungo quanto è ampio e profondo il nostro dolore, significa dare la possibilità al ripiegamento di diventare raccoglimento.

Nella intimità della tristezza infatti, la persona ha la possibilità di raccogliere i fili strappati della propria vita, con i suoi tempi e i suoi modi. Con le sue emozioni ferite.

È importante per questo accettare e vivere fino in fondo la tristezza, perché in questo modo abbiamo la possibilità di elaborare gli abissi della nostra esistenza, anche al di là dell’evento specifico che si esprime nell’emozione che viviamo.

Nell’esperienza della separazione e della perdita, dello scioglimento e del cambiamento, dell’abbandono, la nostra vita infatti può essere completamente rovesciata. La tristezza conseguente implica in questo caso uno sfaldamento, seppure momentaneo, della vita. Sicuramente la tristezza può schiacciare e sopraffare l’individuo in alcuni casi.

Ma a partire da quel rovesciamento, abbiamo anche la possibilità, attraverso il vuoto espresso nella tristezza conseguente, di fermarci e riorganizzare la nostra vita su un piano di senso più elevato.

Diventando più realistici, stabilendo nuovi confini, e quindi ridefinendo in modo più robusto i limiti del nostro Sé.

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Bibliografia

Borgna E., Malinconia, Ed. Feltrinelli, Milano, 2011

Borgna E., L’arcipelago delle emozioni, Ed. Feltrinelli, Milano, 2002

 

© Omar Montecchiani

 

 

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