Non lasciarmi, non amarmi. La paura della solitudine e la paura dei sentimenti.

9 maggio, 2018

Il desiderio dell’altro rappresenta per l’essere umano qualcosa di complesso da gestire.

Quando all’inizio di una relazione cominciamo a presagire odore di intesa, di complicità, e sentimenti di attrazione verso un’altra persona, sia mentale che sessuale, è quasi inevitabile che comincino tutta una serie di dubbi e di perplessità, legati alla scelta che inizia a prefigurarsi davanti ai nostri occhi.

Possiamo rischiare di impegnarci sentimentalmente in un rapporto nel quale metteremo a nudo il nostro cuore, un rapporto di cui non abbiamo alcuna certezza futura, e che anzi le vibrazioni del desiderio rendono ancora più incerto e impegnativo?

In realtà questi dubbi sono normalissimi, inizialmente.

Perché il desiderio come sappiamo “destabilizza” l’Io, lo rende poroso, labile, rispetto alla potenza delle spinte inconsce.

L’Io, il soggetto stesso, quasi scompaiono di fronte all’esperienza del desiderio d’amore.

Ma le spinte inconsce “obbligano” la persona a prendere una decisione. A prendere posizione rispetto a tali medesime spinte.

Lacan parlava di responsabilità nei confronti del proprio desiderio.

Essendo infatti quest’ultimo il desiderio stesso del soggetto (ogni desiderio dell’altro è sempre il mio desiderio), esso pone una specie di “domanda” dal profondo che chiede una risposta.

Tradire il proprio desiderio quindi, tradire la sua chiamata, significa tradire noi stessi.

Questo crea una dinamica di consapevolezza e di responsabilità e nei confronti del desiderio, il quale è totalmente irrazionale e inconsapevole nel suo nascere.

Ora, occorre dire che in alcuni rapporti la paura diventa giocoforza il baricentro instabile e vertiginoso di modalità relazionali ambigue e dolorose.

Essa ha il sopravvento rispetto al timore iniziale che fa da apripista ad una relazione futura più stabile.

Ad esempio, alcune persone che temono fortemente la solitudine, cercano disperatamente di compensare questo timore intrecciando rapporti amorosi basati su un certo bisogno. Cioè su una certa mancanza fondamentale, non sul desiderio.

Certamente, anche il desiderio è penetrato da una certa mancanza.

Tuttavia, nella mancanza del desiderio, cioè la spinta che ci porta verso l’altro, è motivata dalla realizzazione a due di una parte di sé messa allo scoperto grazie all’altro.

“Ogni storia d’amore mette a nudo la natura della nostra anima” (Umberto Galimberti)

Viceversa, nella mancanza del bisogno originario vi è la spinta a colmare, a riempire una voragine d’amore.

In questo caso l’altro non potrà mai colmare tale abisso, ma anzi non può che allargarlo ancora di più.

La paura di rimanere da soli e di essere lasciati qui diventa vertiginosa. Almeno fino a quando non ci si stufa dell’altra persona, o si trova nel frattempo un suo sostituto capace di colmare (nella fantasia) quel vuoto.

Dall’altra parte può accadere che un individuo, pur intrecciando un legame, abbia paura di impegnarsi fino in fondo nella relazione.

Quando si sente odore di impegno affettivo, e quindi di responsabilità relazionale, di scelte, qui si viene presi dal panico.

La persona può percepire le richieste d’affetto dell’altro, di cura, di protezione o sostegno, come qualcosa di stringente, di obbligante.

L’individuo sente il rischio di rimanere invischiato, soffocato, risucchiato, inglobato, addirittura divorato, e preferisce fuggire a gambe levate.

Ovviamente egli prima avrà dato spago a tutta una serie di giustificazioni, sia esterne che interne, capaci di rassicurarlo sui suoi buoni propositi e intenzioni: “non sei la persona adatta a me”; “quello che provo è troppo debole per impegnarmi in questa relazione”; “sei troppo oppressiva/o”. E via di seguito.

Naturalmente, e la cosa diventa ancora più lacerante e difficile, può accadere che entrambe queste dinamiche convivano in uno stesso individuo.

Il quale si ritrova così a sentirsi combattuto tra il bisogno di restare attaccato all’altro, nella speranza disperata che l’altro non lo lasci mai, e il pericolo di essere agganciato in modo irreparabile dall’amore dell’altra persona.

Molti conflitti di coppia si giocano su questa dinamica fondata sulla paura della solitudine, da una parte, e sulla paura derivante dalla responsabilità dei sentimenti, dall’altra.

Così, si frappone tra i due una certa distanza di sicurezza nella quale la persona (o entrambe) abita una difficile terra di mezzo, in cui non vi è un vero desiderio dell’altro ma attaccamento, dipendenza e paura del vuoto.

Ma anche il bisogno di stare insieme, senza tuttavia stabilire un contatto profondo capace potenzialmente di risucchiare e di soffocare a morte la propria vita.

Può accadere naturalmente che la paura di restare soli generi esattamente quello che la persona teme di più: rimanere da sola.

Infatti, se ho il terrore di essere lasciato/a potrò tentare con tutte le forze di piacere all’altro, di controllarlo affinché non si stacchi da me, provocando in lui/ei in questa maniera noia, frustrazione e odio nei miei confronti.

Se viceversa ho paura di impegnarmi, cioè ho paura dei miei stessi sentimenti, mostrerò un atteggiamento ambiguo a partire dal quale l’altro continuerà a pensare che io lo voglia, e quindi spingerà sempre di più per stringermi a sé.

Possono esserci mille ragioni e cause alla base di tali atteggiamenti, paure e dinamiche.

La cosa fondamentale che mi preme di dire qui in questo spazio, è che ogni dinamica relazionale riflette sia ciò che ognuno sente dentro di sé, sia il rapporto che ciascuno di noi intrattiene con se stesso.

Se io ho paura della solitudine, ma non trovo in me una soluzione a tale problema, magari facendomi aiutare da un professionista della relazione di aiuto, sposterò tale paura all’esterno su un potenziale partner, creandomi ancora più difficoltà.

Se ho paura di contattare le mie emozioni e sentimenti, sposterò tale paura fuori di me, nel tentativo di evitarla, oppure di risolverla in qualche modo. Coinvolgendo altre persone, le quali probabilmente faranno emergere altri conflitti.

Per risolvere una difficoltà, qualunque difficoltà, soprattutto relazionale, occorre sempre partire da sé. Cioè dal rapporto che l’anima intrattiene con se stessa.

Se desideri contattarmi per un colloquio chiamami senza impegno al 3477120438. Ne parleremo insieme.

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© Omar Montecchiani

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