Tutto è proiezione e niente è proiezione

Tutto è proiezione e niente è proiezione

21 gennaio, 2018

Se è vero che a volte una persona può darci fastidio perché in essa proiettiamo qualcosa di noi che stiamo rifiutando, un’emozione, un bisogno, una fantasia, altrettanto vero è che non si può andare d’accordo con tutti.

Un fastidio, un conflitto, possono nascere in noi nell’incontro con l’altro semplicemente perché egli non ci è affine, non fa parte della nostra natura e non è in linea con i nostri ideali e valori.

Il conflitto in questo caso non è semplicemente l’effetto di una “proiezione”, ma della messa in atto una “protezione” (permettetemi il gioco di parole).

Se io sento un fastidio e aggredisco, oppure mi chiudo in me stesso con un senso di disagio profondo che dura a lungo, a prescindere da un certo piano di realtà, è molto probabile che stia proiettando.

Se io sento fastidio e reagisco con un certo distacco, oppure con una paura che inizia e finisce rapidamente, o magari con un’aggressività che serve a sottolineare ciò che penso, senza per questo cercare di sopraffare l’altro, probabilmente sto mettendo un confine tra me e lui, funzionale al mio stato di benessere.

Come dire: c’è fastidio e fastidio.

Sono dell’idea che non sia realistico pensare che il sorridere, l’aprirsi e il voler dialogare a oltranza con chiunque, anche di fronte a qualcuno che ci aggredisce fisicamente o verbalmente (estremizzo), e che non sia sinonimo del fatto di non avere conflitti interiori rimossi. 

Spesso la vulgata new age propone questo concetto: se non sei d’accordo con qualcuno, se confliggi con le sue idee, se ti arrabbi, vuol dire che stai proiettando qualcosa che non accetti dentro di te. Accettando tutto e tutti, se ne deduce, saremo integrati e felici.

Non sono per niente d’accordo.

Non tutti i conflitti interpersonali sono il segno di un conflitto intrapersonale irrisolto.

Come ha detto Joseph Zinker in un suo famoso libro, “Se ti senti paranoico, probabilmente qualcuno ti ci porta”.

Si apre qui la discussione su cosa sia proiezione, cosa sia “realtà”, come interagiscano le due dimensioni, e come sia possibile discernere i confini tra di esse. E molti altri temi. Posso soltanto accennare qui di sfuggita, che se non ci fosse un piano di realtà cui fare riferimento, un certo linguaggio e certi comportamenti altrui, ad esempio, ma solo una fusione totale tra interiorità ed esteriorità, di modo che la seconda sia solo il riflesso della prima, vivremmo in un’allucinazione psicotica costante.

Cosa che non accade.

Occorre anche sottolineare che, a discapito di ciò che la vulgata new age sostiene, ci sono anche proiezioni positive, delle quali ho discusso.

Per esempio questo accade quando una persona mi affascina particolarmente, per una sua dote particolare, e io cerco di realizzare ciò che lui/lei ha realizzato attraverso quella dote/talento/virtù.

In questo caso è molto probabile che io stia percependo fuori di me un aspetto che mi appartiene, e che ancora devo scoprire pienamente. Altrimenti non potrei nemmeno coglierlo nell’altro.

La proiezione è positiva perché in questo caso io la trattengo in me sotto forma di piacere e di fascinazione: non la agisco attraverso la rabbia o l’autodistruzione.

Dobbiamo ricordarci sempre, come ha sottolineato grandemente la PNL, che noi apprendiamo per imitazione, e che siamo degli specchi gli uni per gli altri: non solo nel senso che i nostri conflitti interiori vengono riflessi dagli altri e ci ritornano indietro sotto forma di proiezioni che poi agiamo su di essi.

Ma che letteralmente gli altri ci aiutano nell’apprendimento, attraverso un processo di rispecchiamento interno delle nostre potenzialità e processi di risoluzione dei problemi, ma anche delle nostre stesse emozioni e significati (vedi la funzione dei neuroni specchio).

Ma come possiamo comprendere la differenza tra ciò che accade fuori di noi e ciò che accade dentro di noi, in modo da mettere allo scoperto una eventuale proiezione derivante da un conflitto?

Un buon metodo è sicuramente ascoltarsi, innanzitutto. Chiedersi se la reazione che abbiamo è proporzionata al comportamento dell’altro.

Se ci sono testimoni a confermarci l’atteggiamento della persona con la quale abbiamo interagito o le sue parole, o il tono di esse, possiamo scoprire che effettivamente non ci ha detto niente di male, che il suo comportamento era sostanzialmente “normale”. E che magari abbiamo scambiato una parola addirittura una frase per un’altra!

Se ce lo dice una, due, tre persone, forse possiamo riflettere su questo e fare un confronto tra ciò che proviamo, il contesto, e le testimonianze.

Oppure ancora, cosa più difficile, possiamo chiedere dei feedback: “Hai detto questo e quest’altro con questo tono, e io mi sono sentito ferito…”. L’altro potrà confermare o negare ciò che stiamo dicendo, oppure riformularlo, e noi potremo fare un confronto con le nostre sensazioni ed emozioni.

Il punto fondamentale è comunque questo, e ci tengo a ribadirlo.

Proteggere i propri confini è qualcosa che attiene alla salute, al benessere e all’integrità della persona, la quale si mantiene comunque aperta al mondo e all’altro, nonostante le esperienze dolorose della vita. Quando qualcuno cerca di impormi qualcosa, io mi difendo. Se mi aggredisce, io mi difendo. Se non sono d’accordo con le idee dell’altro, e voglio difenderle perché egli sta denigrando con le sue me o un intero contesto cui appartengo, famiglia, categoria professionale, nazione, io mi difendo.  

Più o meno pacificamente.

E questo atteggiamento, perfettamente normale e che ha dei risvolti comportamentali, emotivi e cognitivi, nonché somatici, è sia cosciente che inconscio. Altra cosa è il proiettare ciò che non si riconosce dentro di sé come qualcosa di sgradevole, di proibito, di intollerabile: “la rabbia per me rappresenta un’emozione intollerabile e vergognosa, e quando qualcuno mostra di essere arrabbiato io mi arrabbio a mia volta con lui contraddicendomi”.

Qui c’è in gioco la famosa ombra di cui parla Jung.

Sono, in sostanza, due piani diversi su cui ciascuno può lavorare sviscerando ed enucleando la propria interiorità, in percorsi di sviluppo personale adeguati.

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© Omar Montecchiani

 

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