Il respiro originario e il flusso organismico

Il respiro originario e il flusso organismico

28 gennaio, 2018

Durante i miei corsi e laboratori, ma anche negli incontri individuali, invito sempre le persone a produrre diversi tipi di respirazione, a seconda dell’obiettivo e del momento.

La cosa fondamentale, in qualunque pratica respiratoria, è la capacità di ritrovare il proprio respiro naturale e il suo ritmo. Quell’alternanza spontanea cioè tra inspirazione ed espirazione, senza forzature e senza soluzione di continuità.

L’immagine corrispondente potrebbe essere quella di una macchina per pompare fuori dal terreno il petrolio: il braccio si alza e si abbassa, privo di qualunque flessione o incongruenza tra la fase di discesa e di risalita.

In quel momento non riusciamo a capire quale dei due movimenti cominci prima, e ci sentiamo immersi in un fluire sicuro, altamente protettivo e rigenerante.

Ci lasciamo andare cioè a quello che in Gestalt viene chiamato “flusso organismico”, il quale si riferisce alla continua formazione e distruzione delle diverse gestalt, delle differenti forme e processi di vita che attraversiamo in ogni esperienza.

Un esempio metaforico potrebbe essere quello della pianta che nasce, cresce, fiorisce, e infine lascia cadere i suoi semi a terra.

Un altro esempio è quello della nascita di un bisogno e della sua naturale e spontanea soddisfazione: mi accorgo di avere sete perché ho la bocca asciutta, mi alzo per prendere un bicchiere d’acqua, bevo, e torno a stare bene e a rilassarmi perché sento di essermi dissetato.

Questo flusso può essere esteso anche alle relazioni e a qualunque altro ambito della vita: sentimenti, lavoro, attività sportive, ecc.

Ho bisogno di stare in mezzo agli altri: chiamo un amico, andiamo a cena fuori, facciamo due chiacchiere e ci divertiamo, e poi ritorno a casa.

A volte questa spontaneità e questo flusso sono interrotti, senza che noi ce ne accorgiamo, perché siamo spinti dalla nostra abitudinarietà ad agire e ad esprimerci in un certo modo.

Questo finché magari qualcuno non ci fa notare che non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti, oppure ci rendiamo conto noi stessi di non riuscire ad affermare i nostri bisogni e di prenderci cura di noi, dando la precedenza ai bisogni degli altri.

In tal senso, la spontaneità del respiro ci è stata quasi del tutto privata dalle inibizioni della vita, le quali influenzano il nostro modo di respirare, tra le altre cose. Ma al medesimo tempo è il nostro respiro che viene usato consciamente prima, e inconsciamente poi, per modulare le inibizioni stesse.

Recuperare un respirazione spontanea e originaria, significa quindi renderci conto dei nostri blocchi interiori, di come ci sentiamo in un determinato momento, ma anche ripristinare una certa fluidità somatica che rappresenta la base essenziale per qualunque altro tipo di spontaneità. 

Significa anche e sopratutto abbandonarsi, lasciarsi andare, perdere il controllo, ritornando alle proprie capacità originarie di autosostegno, e di autoregolazione emotiva e mentale.

Ora, l’alternanza tra inspirazione ed espirazione, quasi del tutto priva di volontà (anche se il respiro è in parte volontario e in parte involontario), si raggiunge risperimentando la capacità che ha il nostro corpo di respirare autonomamente. In che modo?

Cominciamo innanzitutto mettendoci in una posizione comoda, seduti, con la schiena ben appoggiata allo schienale della sedia.

Ad occhi chiusi o semichiusi mettiamoci in ascolto del nostro corpo e delle eventuali tensioni presenti. Osserviamo il nostro respiro naturale e prendiamo consapevolezza di “dove” respiriamo: pancia, addome, torace, o tutte e tre. Facciamo questo lavoro di consapevolezza sul respiro naturale per 2-3 minuti.

Poi inspiriamo completamente l’aria buttandola fuori fino in fondo, anche forzando l’addome. In questo modo all’inspirazione, che è un atto il quale richiede un certo sforzo, segue una espirazione la quale si esprime più attraverso un lasciare che i polmoni si svuotino da sé, senza sforzo alcuno.

L’ispirazione, forzata nella sua parte finale, implica dall’altra parte la capacità dei polmoni e del diaframma di raggiungere il proprio limite di contenimento e quindi di ribaltarsi nello svuotamento.

La fase finale della espirazione va anch’essa lievemente forzata, perché è solo buttando fuori completamente l’aria che i polmoni e il diaframma saranno più portati a reagire spontaneamente all’assenza di aria ricaricando l’inspirazione.

In questo apparentemente semplice meccanismo, sta tutta l’essenza della riappropriazione di una dimensione del corpo, e dell’anima, dimenticata.

Dopo aver fatto questo lavoro per altri 2-3 minuti, provate a prestare attenzione alla vostra respirazione, stavolta senza forzare nulla: vedete se è cambiato qualcosa nel ritmo, nella profondità del vostro respiro, e nella posizione di esso.

Se cioè si localizza nella parte alta del torace, nella parte media del diaframma, o nella parte bassa del plesso solare).

Prestate attenzione alla regolarità delle fasi di inspirazione e di espirazione, e ai due momenti di sospensione che li uniscono, di modo che non saprete più distinguere quando iniziate a inspirare e quando a espirare.

Spesso e volentieri infatti le persone irrigidite a livello di muscolatura e di respirazione, trattengono il respiro a qualche livello.

Se desideri contattarmi per un colloquio chiamami al 3477120438 oppure scrivimi a questa mail: omar0078@libero.it.

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© Omar Montecchiani

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