Top dog e Under dog: il carnefice e la vittima dentro di noi

Top dog e Under dog: il carnefice e la vittima dentro di noi

12 maggio, 2018

L’autocritica nasce da un dialogo interno con noi stessi, nel quale siamo vittime e carnefici insieme.

Fritz Perls chiamava questo gioco interno al massacro “top dog” e “under dog”. Il “top dog” è il persecutore interno, il quale ci dice che cosa “dobbiamo” provare, che cosa dobbiamo fare, oppure dobbiamo desiderare e pensare.

È un’istanza morale interiore che, non appena usciamo dal piacere di qualcosa che possiamo fare per noi, magari senza alcun ritorno concreto al di là del piacere di farla, si erge contro colpevolizzandoci e svalutandoci.

“Non riuscirai mai a scrivere un libro”, “Questo lavoro ti farà fare la fame”, “Non diventerai un bravo impresario”, “Sei una moglie ingrata”, e via di seguito.

In quel momento, l’”underdog”, la vittima interna, comincia a fare le sue promesse: “lo farò dopo”, “sarò un bravo marito”, “mi dedicherò a questa cosa sicuramente”, “dal prossimo mese inizierò la dieta”, ecc.

In realtà queste promesse non sono altro che degli autosabotaggi, nei quali non manteniamo ciò che diciamo a noi stessi perché semplicemente i doveri morali che ci imponiamo, che il top dog ci impone, non sono in linea con il nostro organismo.

Con i nostri valori, desideri e bisogni autentici e reali.

Sono istanze morali che dall’esterno abbiamo incamerato dentro di noi, e che ci castrano lacerando la nostra coscienza, facendoci entrare in un loop di rabbia, senso di colpa, frustrazione e disistima.

Perls chiamava queste istanze “doverismi”, ciò che sentiamo di fare per dovere ma percepiamo come un peso, come un’imposizione.

Frustrano la nostra creatività, espressività e spontaneità. Quest’ultima soprattutto viene bloccata totalmente.

Se siamo presi da un dialogo interiore conflittuale, e impieghiamo tante energie per tenerlo in piedi e alimentarlo, è molto probabile che ci sentiremo congelati, paralizzati da questa dialettica esasperante.

Un buon modo per spezzare questo “modus pensandi” è quello di instaurare un dialogo diverso tra le due voci interiori: ad esempio, utilizzare un tono gentile e pacato quando vittima e carnefice si scontrano.

Riflettere sui doveri che sentiamo come imposizioni, e comprendere i nostri bisogni autentici cercando di soddisfarli nel pieno rispetto di ciò che siamo.

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© Omar Montecchiani

PHOTO: © M A R I A N N A • Z A M P I E R I

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