Chi vuole aiutare gli altri a tutti i costi non riesce ad aiutare se stesso

Chi vuole aiutare gli altri a tutti i costi non riesce ad aiutare se stesso

9 maggio, 2018

Nel corso di tanti anni di formazione e sviluppo personale, ho incontrato diversi “guru” i quali mi hanno proposto spontaneamente la libertà dal mio ego, dalle cose materiali, l’illuminazione, la verità, e via dicendo.

Non solo.

Molto più banalmente mi è capitato, come forse sarà capitato anche a voi, di sentire l’amico del cuore o il conoscente che, come risposta alla nostra enunciazione di una difficoltà, o di un problema, si sono offerti arbitrariamente di risolverlo al posto vostro.

Cioè con le sue soluzioni, già belle e pronte.

Ora, la generosità è una gran bella virtù, non c’è dubbio. Così come il desiderio di aiutare gli altri. E occorre anche dire che, nel momento in cui esprimiamo una difficoltà, il primo desiderio di chi ci ha a cuore è quello di offrirsi per risolverla.

Tuttavia, occorre specificare un paio di cose.

Chi ha raggiunto l’illuminazione, non va in cerca di qualche bisognoso in cerca del risveglio. Pratica il suo lavoro, mostra il suo esempio di vita concretamente e con scelte congruenti. Generalmente, chi propina queste cose con abilità da venditore navigato, sta cercando di manipolare persone fragili o con storie di dolore alle spalle, oppure senza una cultura adeguata. 

Se non siamo NOI che chiediamo esplicitamente aiuto, e se l’altro che ci ascolta parte per la tangenziale (e magari con una certa insistenza) cercando di convincerci della SUA verità, per sbatterci in faccia una soluzione a quello che per noi potrebbe solo essere il bisogno di confidarci e di condividere, probabilmente abbiamo a che fare con qualcuno che, grazie all’aiuto che pensa di offrirci, cerca di sentirsi gratificato e riconosciuto.

Qui stiamo parlando di un SUO bisogno, non del nostro.

Eric Berne, il grande psicoterapeuta inventore dell’analisi transazionale, fa l’esempio del “salvatore”, il quale, attraverso il suo ruolo salvifico per l’appunto, cerca ossessivamente di rendere necessario il suo aiuto alla “vittima” di turno (con questi termini parliamo di ruoli sociali).

In che modo? Sminuendo indirettamente la sua prospettiva, le sue capacità e quello che svolge. Cioè offrendosi costantemente come risolutore di ogni problema, difficoltà e progetto da portare avanti.

In questa maniera la vittima si sente un’inetta, cioè sempre più vittima. Perché se c’è qualcuno che fa qualcosa al posto mio, io mi sentirò un’incapace, nel triste piacere di delegare costantemente le mie attività e competenze.

L’uomo ha bisogno di “realizzare” direttamente qualcosa, di “fare”, di agire per costruire il proprio senso di autoefficacia e la propria autostima.

Il salvatore deve sentirsi necessario per gli altri, in qualche modo e a tutti i costi. Altrimenti la sua autostima rischia di crollare. Ha urgenza di sentirsi utile.

Mentre la vittima, che gioca il suo ruolo con il salvatore, ha bisogno di sentirsi accudita e protetta per puntellare la propria fragilità. Ha bisogno di qualcuno che l’aiuti sempre.

Così, paradossalmente, diventa ancora più dipendente, e quindi sempre più fragile.

Ma avete presente che cosa succede quando rifiutate l’aiuto non richiesto di qualcuno che insiste per darvelo?

L’altra persona, il salvatore in questo caso, si irrita, va su tutte le furie, diventa indisponente. E magari comincia pure ad aggredirci e a giudicarci, tentando di farci sentire in colpa, accusandoci di essere degli ingrati, di non riconoscere la sua generosità e tentativi di aiutarci.

(Puoi trovare argomenti riguardanti i giochi transazionali nel mio e-book “Umanità fragile”, scaricabile gratuitamente cliccando su questo link)

Così scopriamo una cosa fondamentale.

Chi cerca di salvarci liberandoci da qualcosa, in realtà è prigioniero del proprio bisogno insoddisfatto di aiutare qualcuno: cioè se stesso.

Ma riesce a fare questo solo aiutando qualcuno al di fuori di lui.

Ovviamente, esteriorizzando il proprio aiuto come tentativo di colmare un vuoto interiore, esso è sempre insufficiente. In questo senso egli perpetua un circolo vizioso dal quale non riesce a venire fuori.

Potrebbe liberarsi di quel bisogno di riconoscimento solo accettando il suo vuoto, consapevolizzando la propria fragilità, e dando a se stesso quel bene che cerca di dare agli altri portando disperatamente loro aiuto.

Un buon modo per non sentirsi costretti nelle maglie di un aiuto non richiesto, è il lasciar cadere l’offerta spostando il focus della conversazione su altro.

Spero che questo articolo ti sia piaciuto, e nel caso così fosse ti invito a lasciare qui sotto il tuo prezioso commento.

 

© Omar Montecchiani

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