Cercare di cambiare gli altri non li aiuta a cambiare

9 Maggio, 2018

Proviamo ammirazione per chi decide di aiutare gli altri, e ci sentiamo a volte piacevolmente gratificati quando doniamo qualcosa a qualcuno. Soldi per la beneficienza, regali che ci fa piacere dare in modo spontaneo alle persone che amiamo, oppure, come recita l’articolo, quando elargiamo consigli che dal nostro punto di vista potrebbero aiutare le persone a cambiare una situazione per loro problematica.

Il discorso, appunto, rispetto agli ottimi e straordinari consigli alle persone cui teniamo, è che questo è soltanto il nostro punto di vista. Il quale potrebbe essere assolutamente giusto, intendiamoci. Ma quando si tratta di aiutare l’altro ad affrontare un cambiamento reale, concreto, nella sua vita, come potrebbe essere quello di migliorare una relazione, trovare un lavoro più adeguato ai suoi bisogni, fare una qualunque scelta di vita o gestire la propria emotività, le cose non sono così semplici come un sano e spontaneo ottimismo e generosità vorrebbero farci credere. In sostanza, le buone intenzioni qui non bastano.

Il punto è che facendoci prendere dal cosiddetto “riflesso a correggere” (Miller e Rollnick, Il colloquio motivazionale), desideriamo in qualche modo cambiare l’altro, spingerlo a fare una certa cosa per determinati motivi, ragioni, vantaggi. In altre parole assumiamo un atteggiamento direttivo, come diciamo nel mondo del counseling.

Ora, occorre dire che la persona che si trova in una fase di cambiamento e che abbia bisogno di cambiare, vive un’ambivalenza. Vuole cambiare e allo stesso tempo non vuole, cioè desidera mantenere lo status quo. Conosce a menadito i motivi del cambiamento che potrebbe mettere in atto, le ragioni e i vantaggi che potrebbe trarne; così come conosce i lati negativi. Smettere di fumare, adottare una dieta sana, fare movimento, spendere meno soldi per cose inutili, arrabbiarsi di meno etc. Le persone sanno benissimo che sarebbe meglio produrre certi cambiamenti, perché al loro interno c’è da tempo, magari da anni, un dialogo nel quale si elencano vantaggi e svantaggi, ragioni positive e ragioni negative. Sono preda di un conflitto.

Di fronte a questa ambivalenza se si assume uno stile direttivo è molto probabile che si sviluppi una logica oppositiva nella quale la persona, che è già tentennante rispetto alla scelta di cambiamento, si opponga con un bel “si, ma…”, o semplicemente con un “ma…”. Infatti, tendenzialmente, siamo propensi a credere di più alle nostre opinioni che a quelle degli altri. E lo siamo a partire dal nostro dialogo interno, da ciò che diciamo a noi stessi e da come lo diciamo a noi stessi. Invito il lettore a tenere a mente quest’ultimo punto.

Il riflesso a correggere si sviluppa con frasi che, dal nostro punto di vista, indurrebbero chiunque a seguire ciò che diciamo e aspettandoci con ferma fiducia che l’altro li segua diligentemente. Perché sono così ovvi! Ecco allora che pronunciamo frasi del tipo: “Il fumo ti fa male, dovresti smettere: prova a correre, fare palestra, avere una vita più sana”. Matematicamente l’altro risponde con un bel “Si, hai ragione ma… non ho tempo, ho il lavoro, e poi la mia attività mi stressa e sono spinto a fumare, per il resto ho una vita sedentaria” etc. Oppure “Dovresti essere più calmo e rilassato, arrabbiarsi fa male e rovina i rapporti, prova a…”; e l’altro risponde con un bel “Si, ma sono fatto così, cosa ci posso fare?”

Le persone che hanno bisogno di cambiare spesso conoscono bene i pro e i contro dei loro atteggiamenti e convinzioni come abbiamo detto, ma sono ambivalenti: vogliono e non vogliono cambiare. L’essere direttivi spinge chi è in questo stato, cioè nell’indecisione, a rimanere dove si trova. Ciò che risulta efficace, e ogni buon venditore sa bene come funziona questo meccanismo, è stimolare l’altro a verbalizzare un lato della questione. Di modo che non siamo noi che elenchiamo gli aspetti positivi dicendogli di cambiare, ma è lui stesso. Le persone parlano sempre a loro stesse, e hanno già affrontato un dialogo ambivalente al loro interno: agevolarle a sviluppare un lato della questione nella quale sono imbrigliati, senza dirgli che cosa devono o non devono fare, può aiutarle a far pendere le proprie opinioni e convinzioni in quella direzione.

Le frasi potrebbero essere queste: “Il fumo mi fa male, vorrei smettere perché starei meglio, anche se mi è difficile farlo”, “Si, sicuramente sentiresti i polmoni più liberi, saresti più vitale, avresti più energia e risparmieresti molti soldi alla fine del mese non comprando le sigarette. Soldi che potresti spendere per le vacanze, regali per te, per tua moglie e i tuoi figli…”. Naturalmente ho esagerato in questo esempio, ma credo che renda bene l’idea.

Non è detto che la persona cambi comunque atteggiamento, ma sicuramente questo è un ottimo modo sia per non sentirci frustrati dopo l’ennesimo tentativo di aiutare e l’ennesimo rifiuto, sia per aver fatto comunque qualcosa. Ed è molto probabile che, rispetto a un atteggiamento direttivo, l’altro possa pensare maggiormente a un possibile cambiamento piuttosto che mantenere lo status quo.

Per fare del bene occorre saper fare del bene.

© Omar Montecchiani

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