Cinema, neuroni specchio e programmazione neurolinguistica

9 Maggio, 2018

Un bel film riesce sempre ad appassionare. Ma la magia del cinema sta soprattutto nel far sì che, nonostante sappiamo benissimo si tratti di una finzione, possiamo identificarci talmente con il protagonista principale o con la storia al punto da dimenticarci che quelle che vediamo sono solo un insieme di immagini, suoni, rumori, che scorrono su una pellicola registrata magari anni prima.

Come è possibile tutto questo?

Una delle strutture fondamentali del nostro cervello è chiamata “sistema specchio”. I cosiddetti “mirror neurons” sono deputati alla riproduzione, all’interno del corpo, di schemi somatici e motori capaci di simulare non solo i comportamenti potenziali, ma anche intenzioni possibili ed emozioni. In questo modo, quando vediamo un’altra persona compiere certi gesti o provare certe emozioni, anche noi in una certa qual misura percepiamo e proviamo quegli sforzi e quei sentimenti.

È questa la base neurofisiologica dell’empatia: una qualità umana di tipo sociale e relazionale, fondamentalmente innata.

Certo, al di là di ciò che costituisce la struttura biologica della specie come capacità di provare empatia in generale, ognuno di noi ha una sua specificità psicofisica la quale fa sì che noi proviamo quel sentimento nei confronti di qualcuno, piuttosto che nei confronti di qualcun altro. I nostri stessi vissuti, la nostra storia e i nostri affetti più profondi, debbono poter risuonare a tal punto da sentire come nostro il sentimento di un’altra persona.

Eppure, quello che ci dice la Programmazione Neuro Linguistica appunto a partire da queste basi neuroscientifiche, è che simulando noi in prima persona gli atteggiamenti di chi ci ispira, in primis a livello fisico attraverso immagini, emozioni e sensazioni, ma anche mediante i nostri dialoghi interni e pensieri, possiamo riprodurre dentro di noi “stati risorsa”, capaci di aiutarci ad affrontare situazioni magari imbarazzanti o difficili. È quello che si chiama tecnicamente “modeling”: modellamento.

D’altra parte, noi umani impariamo attraverso l’imitazione. Basta vedere un bambino che imita il modo di fare dei propri genitori in modo pressoché inconsapevole. Schemi comportamentali e di pensiero, che ci ritroviamo nei nostri modi di essere da adulti senza sapere come. Ma il segreto è proprio questo: sappiamo come funzioniamo in questo senso, e sappiamo a livello scientifico quali strutture governano il nostro organismo.

Posso immaginare un “me stesso ideale” che affronta in modo egregio una conversazione in pubblico, o una discussione con il mio capo ufficio: l’importante è immedesimarsi in modo assoluto, dopo averlo solo immaginato, e fare fisicamente ciò che egli farebbe, cosa proverebbe, cosa direbbe, nel momento in cui riusciremo come lui ad essere all’altezza della prova. Sono le posizioni percettive di cui parla Dilts nella PNL di terza generazione.

Ho sperimentato e fatto sperimentare queste tecniche ad altre persone, ed è innegabile che questa metodologia funzioni. Si può accedere in questa maniera non a quello che il personaggio famoso che tentiamo di imitare possiede: ricchezza, fama, successo. Ma sicuramente ci possiamo predisporre secondo uno stato d’animo molto più adatto della paura o dell’ansia, per affrontare una situazione che temiamo o comunque difficile. Le nostre performance saranno probabilmente migliori che in una condizione interiore di panico, perché avremo avuto accesso a potenzialità che avevamo, ma che non sapevamo di avere perché non le avevamo mai riprodotte e quindi sperimentate. Nemmeno per finta.

Così come quando, di fronte al film che ci appassiona e magari ci fa pure arrabbiare, siamo anche noi un po’ quell’eroina o quel super eroe per i quali parteggiamo così accanitamente.

Mistero? No, solo neuroni specchio, naturalmente.

© Omar Montecchiani

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