Come smettere di giudicare se stessi

27 Gennaio, 2019

Spesso e volentieri, il giudizio che noi rivolgiamo contro noi stessi ma anche verso gli altri, mina dalle fondamenta la nostra autostima e le nostre stesse relazioni.

Di solito capita sovente quando ci succede qualcosa che ci mette in difficoltà. Un esame, un obiettivo mancato, una parola scortese da parte di qualcuno, un litigio, un’incomprensione. E via di seguito.

Ovviamente, non sto parlando qui dell’autogiudizio inteso come espressione di un’autostima fragile, la quale affonda le sue radici nell’infanzia.

Ma bensì di tutti quegli atti interiori mediante i quali ci rimproveriamo qualcosa che abbiamo fatto, o che non abbiamo fatto, e che emergono di fronte alle nostre piccole, grandi sfide quotidiane.

Parlo dunque di una dimensione fondamentalmente esistenziale, in cui ci ritroviamo a rimuginare dentro di noi stando male non solo per ciò che ci è successo: ma soprattutto per ciò che ci diciamo.

Ecco allora che il nostro malessere viene condizionato sia dal pensiero riguardante quello che è accaduto, sia dalle parole che rivolgiamo a noi stessi circa i “fatti” che ci hanno coinvolto.

Questo giudizio prende alcune forme tipiche: “non valgo nulla”, “non mi sento all’altezza”, “non me lo merito”, “gli altri non capiscono niente”, “non mi devo mai fidare”, “ho sbagliato in modo irreparabile”, e via di seguito.

Ma la “struttura” che più
spesso assume, al di là del contenuto particolare, è quella del dialogo interno.

In pratica sopraggiunge una voce dentro di noi la quale ci “dice” che cosa dobbiamo fare, o dovremmo fare; cosa non siamo in grado di fare, di essere, di dire, e via di seguito.

Questa voce solitamente ci schiaccia, ci opprime, ci soffoca, essendo totalmente negativa.

Perché ovviamente di solito quella positiva non crea troppi problemi (anzi).

Ora, la PNL (Programmazione neurolinguistica) tra le varie tecniche sviluppate, ne ha proposte alcune per attenuare e integrare il dialogo interno negativo.

La prima soluzione che ti propongo quindi è quella di dialogare con la tua stessa voce interiore.

In altre parole, occorre creare un meta-dialogo capace di comprendere quello che c’è “sotto” al dialogo interno.

D’altra parte, se c’è una voce dentro di noi significa che ha un senso, una qualche utilità, o comunque è portatrice di qualche bisogno il quale non riesce a esprimersi in altro modo che con delle critiche o delle autoaccuse.

Non posso in questa sede sviluppare una disamina dei perché e dei percome si sviluppa il dialogo interno “critico”, per ovvie questioni di spazio e di intenti.

Però il punto fondamentale direi che è fondamentalmente questo.

Tutto ciò che ci accade è filtrato dalle nostre convinzioni sugli altri e su noi stessi, e quindi il dialogo interno che emerge in seguito agli eventi che ci coinvolgono, esprime le nostre medesime convinzioni.

Dall’altra parte, come insegna la Programmazione neurolinguistica, il linguaggio esprime la mappa che noi abbiamo del mondo, e al medesimo tempo può modificarla.

Il linguaggio è espressivo e impressivo. Esprime e imprime (modifica) qualcosa.

Se in poche parole è il linguaggio ad aggiungere un carico emotivo ulteriore, cambiando il linguaggio con il quale ci parliamo possiamo toglierci un po’ di quel carico.

Possiamo allora chiedere gentilmente alla voce: “Che cos’è che posso fare per te?”, “Che cos’è che desideri da me?”, “Quali bisogni hai?”. E via di seguito.

Dialogando con il nostro medesimo dialogo interno “critico”, ne prendiamo le distanze, quindi ci disidentifichiamo da esso.

Questo ci permette di raccoglierne il messaggio implicito, e di allargare la nostra mappa interna.

Ricordiamoci che stiamo sempre parlando a una qualche parte di noi della quale possiamo e dobbiamo prenderci cura, sebbene ci appaia a prima vista un po’ sgradevole.

Di solito a questo punto il dialogo si interrompe, ed emerge una risposta.

Una risposta che ci potrebbe dare molte informazioni utili su di noi, e che possiamo soddisfare a nostra volta in modo più produttivo e creativo, andando al di là della sensazione circolare di essere delle vittime di noi stessi.

Quello che emerge può arricchirci interiormente, e farci diventare più consapevoli di una dimensione più ampia dell’esistenza.

Ricordati di scrivere tutto ciò che emerge dal dialogo con il tuo stesso dialogo interno. In questo modo potrai riflettere su quello che esce fuori, e prenderti cura di ciò che, in te, si esprime in quel modo.

Un’altra modalità per trasformare il dialogo interiore, più meccanica, è quella di cambiare il tono delle parole che ti dici.

In altre parole, se ti stai criticando o sminuendo per un errore, un gesto che non avresti voluto fare, un obiettivo non raggiunto ecc., prova a modulare il tono con cui ti parli, facendolo diventare scherzoso, divertito, dolce, amorevole, e via di seguito.

Piuttosto che aggressivo, acido, cinico, ovviamente.

Di solito il dialogo si attenua notevolmente, scomparendo.

Un’altra strategia che puoi adottare è
quella di creare uno spazio di sospensione
tra ogni singola parola del dialogo interno.

Prima lasciamo passare un paio di secondi, poi quattro.

Sicuramente il carico emotivo cambierà,
e probabilmente potrebbe smorzarsi del tutto.

Comunque, riusciremo a sentirci meno
schiacciati delle nostre stesse autoaccuse.

Come hai potuto vedere sono strategie semplici,
comprensibili, e soprattutto concrete.

Nei miei corsi non faccio altro che trasmettere queste tecniche, accompagnando la persona passo dopo passo, in questo modo.

Non vendo, come fanno molti, corsi zeppi di teoria e super eccitanti a livello di marketing, quindi molto appariscenti e persuasivi, i quali alla fine della giornata ti fanno sentire molto entusiasta ma non ti permettono di cambiare la natura delle tue relazioni, nel lavoro, nella vita.

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© Omar Montecchiani

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