Quando i complimenti ci imbarazzano

9 Maggio, 2018

Molte volte ci troviamo in alcune relazioni, di lavoro, di amicizia, d’amore, nelle quali l’altra persona sperando di farci piacere, ed esprimendo effettivamente ciò che pensa e sente, ci fa un complimento riguardante quello che abbiamo fatto, detto, oppure sulla nostra persona. 

Sembra quasi un paradosso ma può succedere che in queste occasioni invece di sentirci gratificati e commossi per tali apprezzamenti, ringraziare l’altro e goderci il complimento, ci sentiamo a disagio, imbarazzati, alcune volte molto tesi persino fisicamente. La risposta che diamo cerca di evitare tali complimenti quasi come a difendersene, sminuendo ciò che abbiamo fatto, detto, o quello che riguarda le nostre caratteristiche personali positive sottolineateci dall’altra persona. “Ma no figurati, è stata una cosuccia da niente…”; “Non sono sempre come tu mi vedi, spesso sono molto peggio”; “Sei esagerato! Non è stato tutto questo granché…”; “È stato solo un caso, non sono così bravo…”. E via di seguito.

Questo può succedere per mille ragioni, ma tra le più frequenti c’è sicuramente il fatto di non riuscire ad accogliere un complimento spontaneo perché sentiamo di non meritarlo, o meglio: di non meritare complimenti in generale. In effetti non abbiamo neanche il tempo  di riflettere su quello che ha detto nello specifico l’altra persona, che istintivamente ce ne difendiamo riducendone la portata.

L’altra ragione, sempre frequente, è che non riusciamo ad apprezzare il piacere datoci dall’affetto degli altri: abbiamo cioè qualche difficoltà sia con la capacità di provare piacere, sia con la possibilità di fare spazio dentro di noi alle cose positive che le persone vicine ci trasmettono. Magari perché pensiamo che tutti, più o meno, vogliano fregarci, e quindi dicano bugie quando esprimono qualcosa di positivo. Naturalmente tutte queste cose possono essere connesse in differenti modi nella persona.

Queste sono ciò che in PNL chiamiamo convinzioni limitanti, filtri mentali che abbiamo installato dentro di noi, volontariamente ma molto più spesso involontariamente, per poter vivere in tranquillità, finendo spesso però per rifugiarci nelle nostre famose zone di confort, le quali diventano alla fine una gabbia di solitudine e di mancanza di slancio per la vita. Queste convinzioni rappresentano, per usare una metafora, una specie di occhiali scuri dalle lenti distorte, che se da una parte ci proteggono dal mondo e da noi stessi, dall’altra parte non ci permettono di godere della vita e dei rapporti interpersonali che contano, lasciando spazio alla spontaneità e alla gioia di esistere. In altre parole, ci impediscono di fare esperienze positive e gratificanti per la nostra vita.

Le convinzioni limitanti essendo acquisite a partire da esperienze più o meno sgradevoli passate, oppure a partire da convinzioni inculcateci dall’ambiente educativo, bloccano il presente e il futuro nel passato, rinforzando se stesse attraverso gli stessi comportamenti ed esperienze cui queste convinzioni ci danno accesso. Richard Bandler ha esemplificato perfettamente questo circolo vizioso:

“Un individuo che in qualche periodo della vita sia stato respinto opera la generalizzazione di non essere degno d’affetto. Siccome nel suo modello (del mondo) c’è questa generalizzazione, egli cancella i messaggi d’affetto oppure li reinterpreta come insinceri. Non accorgendosi di alcun messaggio affettuoso riesce ad attendersi alla generalizzazione di non essere degno d’affetto. Questa descrizione è un esempio classico di ‘feedback’ positivo: la profezia autorealizzantesi o ‘forward feedback’ (secondo Pibram). Le generalizzazioni o aspettative di un individuo ne filtrano e deformano l’esperienza per renderla conforme alle aspettative stesse. Ma dato che non fa esperienze non conformi alle sue generalizzazioni, le aspettative ne risultano rafforzate e il ciclo continua. In questo modo la gente mantiene i propri modelli impoveriti del mondo”.

R. Bandler, J. Grinder, La struttura della magia

Occorre sottolineare che, così come abbiamo acquisito queste stesse convinzioni, al medesimo tempo possiamo smontarle per acquisirne altre, lasciando spazio a convinzioni più flessibili e positive per noi nel momento attuale, e per aprirci finalmente a un nuovo futuro più ricco e gratificante.

Un lavoro questo che è possibile svolgere in un percorso di counseling, nel quale alla sicurezza di qualcuno che ci accompagna e ci accoglie durante il tragitto si alterna la possibilità di avere al nostro fianco un professionista capace di cogliere le contraddizioni e gli impasse della nostra vita senza giudicarci. Per poi fare scelte più opportune rispetto a ciò che la persona sente nei suoi bisogni e valori autentici.

© Omar Montecchiani

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