La corsa e la vita (parte prima)

9 Maggio, 2018

Oltre che essere stato un ottimo modo di riprendere un  po’ di attività fisica dopo tanti anni di fermo, la corsa ha rappresentato molto per me in termini psicologici e umani.

Più o meno 19 anni fa feci tre anni di arti marziali, Karate, anni nei quali riuscii ad imbrigliare la mia inquietudine adolescenziale convogliandola all’interno di una disciplina capace di restituirmi, tra le altre cose, capacità di controllo, equilibrio, determinazione.

Dopo aver smesso per qualche anno, un giorno, improvvisamente, decisi di cominciare a correre.

Mi sentivo contratto, rigido, e soprattutto il mio corpo mi stava chiedendo di muoversi. Era un bisogno profondo di movimento, di attività, di voler essere messo alla prova fisicamente da qualcosa.

Intendiamoci: sono un “corridore della domenica” come si dice in gergo, cioè corro tre volte alla settimana, non tutti i giorni. Quindi non posso definirmi un vero e proprio “runner”. Ma tanto mi basta.

Ricordo che le prime volte avevo dolori dappertutto e vesciche ai piedi, ma la cosa principale era che non riuscivo mai a spezzare il fiato. I miei polmoni erano in affanno e il cuore mi batteva in gola.

Con gli anni, circa 10, il mio corpo si è lentamente stabilizzato ed educato allo sforzo. I polmoni non sono più in affanno e il mio cuore batte regolarmente anche dopo una lunga distanza percorsa.

Quando non ho voglia di correre, e in inverno capita spesso ad esempio per via del freddo o della pioggia, oppure nelle giornate di forte stanchezza fisica, metto comunque le scarpe ed esco di casa.

Il piacere di sentire i miei passi battere uno dopo l’altro sulla strada mi rimandano alla percezione della mia semplice presenza. E’ come se affermassi me stesso, e questo mi fa stare bene.

Ma c’è anche la sensazione di superare un limite ogni volta, e quindi di potercela fare, in ogni occasione – perché da qualche parte le risorse si trovano sempre se uno cerca bene.

Oppure, il percepire la fatica sciogliersi e diventare benessere nel momento in cui finisco la mia ora di corsa. La salute è un mio principio  e valore fondamentale di base, perché mi fa pensare al fatto che se io sto bene e posso vivere più a lungo, potenzialmente, grazie alla corsa, anche le persone che amo e che mi vogliono bene possono stare meglio per questo. Anche se indirettamente.

Tutto questo mi ripaga dello sforzo fatto.

Iniziare dunque, anche se non si ha voglia, se non si è in piena forma, se non si è perfetti e completamente motivati.

Questo principio corporeo e neuromuscolare si è trasferito sul piano psichico nell’ambito lavorativo: inizio a scrivere un progetto anche se non sono completamente presente a me stesso, oppure un articolo o un libro. Andare a un incontro per vedere una struttura, conoscere persone che non ho voglia di vedere in quel momento perché mi piace stare da solo, svolgere le piccole mansioni di casa quotidiane. Potrei fare mille altri esempi.

Io inizio, poi il resto verrà da sé. E in effetti è ciò che accade.

È da quando infatti ho incarnato su di me questo principio grazie alla corsa che raggiungo i miei obiettivi, nel bene o nel male, senza rimpianti per aver lasciato a metà qualcosa, per non aver raggiunto il mio scopo e realizzato i miei desideri profondi.

Per me è fondamentale arrivare alla fine del tempo che ho stabilito di correre con un buon ritmo e con una certa regolarità e stile personale. E così nella vita. L’importante è che sia il mio tempo, il mio ritmo, il mio stile. Non conta nient’altro. 

[continua]

 

© Omar Montecchiani

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