LA CURA DELLA DISTANZA: IL CONTATTO CORPOREO NELLA QUARANTENA

16 Maggio, 2020

Il prendersi cura dell’altro è, da sempre e in modo ancestrale, legato al contatto corporeo, innanzitutto.

Fin dalla nascita la madre si prende cura del piccolo prendendolo in braccio, accarezzandolo, baciandolo, annusandolo.

Anche da adulti, sebbene ad alcuni possa dar fastidio, da un punto di vista prossemico qualsiasi tipo di contatto corporeo intimo, come la pacca sulla spalla, la carezza, il bacio, l’abbraccio, rappresentano delle forme dell’aver cura che ognuno di noi distingue chiaramente da un contatto più freddo e formale, che viene limitato al saluto a distanza, o, al limite, alla stretta di mano.

Non dimostriamo di prenderci cura di un estraneo in un modo così intimo, come quando c’è una distanza ravvicinata, e un toccarsi corporeo di un certo tipo.

La distanza intima e quella personale, secondo l’antropologo Edward Hall fondatore della prossemica (la scienza che studia le relazioni interpersonali a partire dalla distanza fisica tra persone), va da 0 a 45 centimetri per la prima, e da 45 a 120 centimetri per la seconda. La distanza sociale va da 120 a 350 centimetri, e quella pubblica dai 3,5 metri e oltre.

Ora, quello che dobbiamo dire è che il corpo rappresenta l’oggetto privilegiato, e a tratti ossessionante, che viene messo al centro dei riflettori della pandemia attuale.

A partire dal distanziamento sociale preventivo dovuto alla quarantena, la distanza minima che possiamo mantenere è quella di almeno 1 metro: questo significa che, a livello prossemico, tutto ciò che è collegato alla distanza intima, e personale, è vietato.

Quindi l’aver cura, anche sotto la forma della sessualità o dell’affettività intima, di un amante, di un fidanzato, di una fidanzata, di un marito o di una moglie, se non in casa prima del lockdown, è bandito (distanza intima). Così come il contatto tra parenti e amici (distanza personale). 

 

È lecita solo la distanza sociale e pubblica, per altro sempre con la mascherina obbligatoria, le quali sono, come ho detto, delle forme dell’aver cura prettamente formali.

Questo crea una ferita antropologica notevole, la quale non sappiamo quando verrà sanata, in quanto non sappiamo fino a quando verrà prolungato il distanziamento e l’obbligo dei dispositivi di protezione.

Dall’altra parte, tuttavia, essendo il distanziamento una forma preventiva a partire dalla quale noi facciamo si che l’altro non contagi noi, e noi non contagiamo l’altro, esso rappresenta una nuova forma dell’aver cura, rispetto a quella da contatto, che per milioni di anni abbiamo adottato. È una sua forma rovesciata.

Non dimostriamo amore per l’altro, non ci prendiamo cura di lui, a partire da un certo tipo di contatto corporeo: ma bensì a partire dall’assenza di contatto.

Questo potrebbe far sì che si crei un cortocircuito tra il desiderio ancestrale di contattare l’altro da noi per dimostrargli amore e affetto, la fisicità come forma originaria dell’aver cura, il sentire, l’impulso istintivo a protenderci verso coloro cui siamo legati; e la consapevolezza, il sapere che, la distanza come unico modo per non contagiare l’altro.

Vi è una scissione tra istinto e ragione, tra corpo e mente, tra sensazioni e informazioni, tra desiderio e consapevolezza, tra impulso e etica, tra slancio vitale e controllo mentale, all’interno della dimensione relazionale della cura e della interconnessione naturale tra persone. 

Il nostro corpo desiderante vorrebbe spingersi verso l’altro da noi, abbracciarlo, toccarlo, accarezzarlo, baciarlo, ma la mente, sapendo del pericolo, frena il corpo che si muove nel qui ed ora, irrigidendolo, a partire da una possibile malattia futura.

Questo conflitto potrebbe forse provocare forme di frustrazione, angoscia, rabbia, malinconia, più o meno intense, più o meno complesse da sciogliere.

Pensiamo come possano sentirsi due persone che, sebbene sia possibile per loro rivedersi dopo mesi, debbano per forza rimanere a distanza, anche in presenza, non potendosi toccare minimamente, nemmeno per una carezza, un abbraccio, o un bacio sulla guancia.

Certamente, ognuno può vivere questa cosa diversamente, in modo più o meno intenso, con conseguenze più o meno intense.

Tuttavia, stanno già uscendo diverse analisi statistiche provenienti da alcune prestigiose università e centri di ricerca, riguardanti gli stati psicologici emergenti legati al lockdown forzato, soprattutto per chi è costretto a rimanere in casa da solo. E non sono incoraggianti.

Non sappiamo a cosa ci porterà tutto questo, e non so se la mia fenomenologia del contatto e della cura al tempo del coronavirus sia esatta. Ma non c’è dubbio che il contatto ci manchi, e non poco. E allo stesso tempo, lo sappiamo, il mantenerci a distanza è per il nostro e per l’altrui bene.

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Ho impiegato molto tempo per scrivere questo articolo, quindi ti chiedo se vuoi di condividerlo più possibile e di commentarlo per farmi sapere che cosa ne pensi.

© Omar Montecchiani

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