La nostra paura di fallire è reale, oppure no?

1 Aprile, 2019

Una delle più grandi difficoltà che l’uomo incontra nella sua vita, è data dai limiti che egli pone a se stesso per paura di non farcela.

Se è vero, che come dico spesso, che occorre tornare ai propri limiti per fare esercizio di umiltà, per non incorrere in una Hybris autodistruttiva, dall’altra parte vero è anche che il senso dei limiti non coincide con quello di limitatezza.

In altre parole, un conto è essere consapevoli di ciò che possiamo realmente fare o non fare; un conto è impedirsi di fare qualcosa a partire da una paura “infondata” del fallimento.

Ma come possiamo capire quando la nostra paura di fallire è reale, oppure no?

È una differenza sottile ma ci sono indizi e domande che possono aiutarci a coglierla meglio.Vediamone alcuni.

Se sono già riuscito a raggiungere in passato un certo obiettivo, ad esempio, la mia paura di fallire intraprendendo un obiettivo simile o uguale al precedente è sostanzialmente ingiustificata.

Non è realistica insomma, perché ce l’ho già fatta.

Se invece sono focalizzato troppo sul futuro, pensando molto spesso all’obiettivo che temo di non raggiungere, senza dunque rimanere sul tempo presente (il quale è l’unico che mi può dare una certezza di come mi sento ora e di ciò che posso fare o non fare), allora è probabile che la mia paura del fallimento rappresenti un’idea limitante.

E non un vero e proprio senso del limite.

Infatti, anticipare troppo spesso il futuro a partire dalla paura di ciò che potrebbe succedere o non succedere, tentando di controllare l’ignoto e cioè l’incontrollabile, fa sì che il senso della realtà ci sfugga di mano: e quindi si possa effettivamente fallire.

La paura del fallimento a volte genera il fallimento.

In questo senso essa è ingiustificata e nociva, per giunta.

Per comprendere quanto sia realistico il timore di fallire, possiamo anche, semplicemente, chiedercelo. E sentire che effetto ci fa.

Quanto questa idea che ho rispetto al mio futuro è realistica? In che misura? Scrivete esattamente la percentuale: 20%? 50%? 70%?

Mettersi di fronte a una percentuale che noi stessi abbiamo scritto, la quale indica una valutazione rispetto a una situazione che dobbiamo affrontare, ci permette di renderci maggiormente conto di quanto sia effettivamente realistica per noi la cosa.

Alcune volte, mentre facciamo mentalmente i conti con il nostro senso di incertezza, producendo dei calcoli errati perché partiamo da una agitazione emotiva la quale falsa il nostro piano di realtà.

L’idea che ci siamo fatti di un certo contesto, obiettivo o situazione, limita la nostra capacità di scelta e di azione paralizzandoci completamente.

Ci ritroviamo così pieni di rimpianti e tentativi di giustificazione (dialogo interno ripetitivo), i quali ci fanno sentire umiliati e impotenti di fronte a noi stessi.

Viceversa, il tornare ai propri limiti reali non ci rende paralizzati: ma umili, centrati, e con una sensazione di aver fatto tutto il possibile. Oppure di non aver potuto fare altrimenti.

Quindi zero rimpianti, e zero giustificazioni.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, e se è così ti invito a dirlo nei commenti. Ho speso diverse ore per scriverlo, quindi mi farà piacere se vorrai esprimere qui sotto la tua idea.

Ti ricordo che l’11 e 12 maggio ci sarà un residenziale incredibile in un posto fantastico (la Libera Università di Alcatraz), nel quale avrai l’opportunità di staccare dalla realtà caotica che ti circonda.

Soprattutto, potrai ricontattare te stesso/a attraverso il tuo corpo facendo diverse esperienze potentissime con le classi di bioenergetica, che utilizzeremo per lavorare sui 7 chakra.

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Omar Montecchiani

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