Le aziende virtuose e la motivazione sul lavoro

9 Maggio, 2018

Molti studi fatti su numerose aziende, ma anche sulla popolazione in generale, hanno confermato il fatto che all’interno di un determinato lavoro svolto non sono i soldi a fare la differenza a livello di gratificazione e motivazione rispetto ad una certa attività. A parità di condizioni relazionali e organizzative aziendali, di gerarchie e di mansioni svolte, ad esempio, l’aumento dello stipendio non è un fattore motivante relativamente all’aumento della produzione.

Ciò che spinge le persone a produrre di più, e quindi a lavorare maggiormente ma soprattutto in modo creativo e spontaneo, è innanzitutto il sentire di lavorare per una mission comune, un obiettivo il quale oltrepassa il ciclo produzione-vendita-guadagno, e che quindi rappresenta un circolo totalmente autoreferenziale. Un esempio potrebbe essere quello di alcune aziende virtuose, le quali hanno deciso di non alimentare quelle dinamiche di sistema sovraproduttivo il quale ha portato alla famosa crisi del 2009. Oppure svolgono attività di beneficienza al di fuori dell’oggetto della propria produzione.

Alcune aziende virtuose, ulteriormente, redistribuiscono una parte dei ricavi all’interno degli stipendi dei propri impiegati. Badate bene: non è la cifra in sé a rappresentare un incentivo, infatti potrebbe essere un banalissimo aumento simbolico, quanto il fatto di veicolare questo messaggio: “noi siamo un’azienda fatta di persone, la quale vuole crescere per far stare meglio chi vi appartiene, e per far si che ognuno si senta parte di una squadra”.

Il far parte di una squadra, o meglio, il sentirsi parte di una squadra, è il secondo elemento motivante. Sentirsi una famiglia, e non semplicemente una parte anonima di un meccanismo produttivo. Ricordo che partecipai a una conferenza di coaching nella quale un impresario con una quarantina di operai, sottolineava che all’interno della sua azienda ogni compleanno veniva regolarmente festeggiato da tutti per un’ora. L’azienda cioè si bloccava, spendendo centinaia di ore l’anno, e quindi soldi in termini di tempo utilizzato, per ogni persona che compiva gli anni. Questo significa valorizzare le persone e le loro qualità come esseri umani, al di là delle loro capacità meccaniche di produzione. Ma il valorizzarle umanamente spinge a una maggiore coesione in termini di affiatamento lavorativo aziendale.

Il terzo elemento fondamentale sta nel dare ai propri lavoratori dipendenti, ma anche tra pari, molti feedback positivi capaci di rinforzare l’autostima e la motivazione al lavoro, e solo qualche feedback negativo per aggiustare il tiro rispetto ai propri errori. È inutile e anzi dannoso criticare o redarguire di continuo le persone per il loro operato, perché in questo modo non vengono spronate a fare meglio; bensì tenderanno ad andare in confusione temendo di compiere ulteriori sbagli. Meglio sostenere con continue imbeccate positive ciò che si fa anche discretamente bene, piuttosto che sottolineare solo ciò che si fa male, senza alcun commento costruttivo rispetto a ciò che si potrebbe fare meglio e su come migliorarlo. Questo non significa che si debba assumere o tenere con sé degli incompetenti, ma solo che i giudizi negativi perpetuati non portano di certo a motivare gli individui.

In questi tre criteri delineati per le aziende virtuose, vi è la conferma della piramide dei bisogni di Maslow, e quindi la valorizzazione del fattore umano e personale rispetto alla motivazione, al pari delle proprie capacità tecniche. Ulteriormente, citando sempre Maslow e la psicologia umanistica, possiamo dire che l’esistenza umana non è solo una mera questione di sopravvivenza. Vi sono bisogni che, su un piano superiore dell’evoluzione umana, abbracciano la sfera dell’autorealizzazione psicologica e spirituale dell’individuo. Bisogni i quali se vengono ascoltati spingendoci a soddisfarli, possono renderci capaci di sentirci gratificati, spronati verso ciò che è meglio per noi, e quindi farci crescere in ogni direzione della nostra vita.

© Omar Montecchiani

 

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