Lo stress: come affrontarlo in modo efficace

9 Maggio, 2018

Lo stress è oggettivo o è soggettivo?

Tutti conosciamo le diverse situazioni che ci causano stress: il traffico intenso, le liti giornaliere con i vicini o il partner, la mancanza di lavoro prolungata o viceversa il sovraccarico da lavoro, gli stimoli ambientali, culturali e sociali. E via di seguito.

Ora, occorre fare una precisazione essenziale per ciò che dirò in seguito: se è vero che ci possono essere delle situazioni stressanti “oggettive” esterne, cioè riconosciute come tali da molte persone, è altrettanto vero che le persone reagiscono allo stress in modo diverso. C’è chi lo affronta meglio, chi viceversa molto peggio, rimanendo sopraffatto. Quindi c’è una componente soggettiva dello stress, la quale dipende da noi e non dall’esterno. Ed è a partire da questa componente soggettiva che possiamo porvi rimedio.

 

Passiamo ora a descrivere sinteticamente le fasi dello stress:

  1. La prima fase è caratterizzata dalla “reazione” allo stress, nella quale l’individuo va in allarme di fronte allo stimolo e il corpo produce una serie di reazioni ormonali surrenali midollari che aiutano a mobilitare l’energia fisica per affrontare lo stimolo. Se questo processo permette di superare lo stress il corpo ritorna a una condizione omeostatica sufficientemente ottimale e tutto procede per il meglio. Ma se la reazione di allarme prosegue, si passa alla fase 2.
  2. Il corpo qui cerca di adattarsi allo stress, cioè alla condizione stressante. Lo sforzo derivante da questo adattamento, fa si che l’organismo produca ormoni corticosteroidi surrenali capaci di diminuire l’infiammazione derivante dalla tensione accumulata. Allo stesso tempo l’adattamento richiede ulteriore energia la quale deve essere tirata fuori dalle riserve corporee. Il corpo cerca di sopportare l’agente dello stress, di contenerlo finché può, ma a lungo andare se non si sblocca la situazione l’organismo esaurisce le energie.
  3. Ed arriviamo allora alla terza fase, nella quale non essendoci più riserve di energia possiamo sperimentare il fenomeno del corpo che crolla. Si “scoppia”, come si dice in gergo. Ci si ammala, non si ha più voglia di fare nulla, e si perde il gusto per la vita. La vitalità se ne è andata e ci si ritrova deboli, confusi e irritabili.

 

E dunque, che cosa fare?

Nei periodi di grande stress molti scambiano lo scaricare la tensione accumulata, con lo staccare dalla tensione e dagli eventi stressanti (stressor). In questo senso “reagiamo” allo stress, senza disinnescare in modo radicale le dinamiche mentali e corporee che ci tengono appese alla situazione che ci pesa, e che appunto producono tensione. Così c’è chi va a correre, chi a giocare, chi a cena fuori, chi va al cinema, ecc. In questo modo paradossalmente si aggiunge all’attività che ha portato a un sovraccarico dell’organismo, una ulteriore attività. Funziona, ma solo per brevissimo tempo e solo in certi momenti, e per alcune situazioni specificamente stressanti.

 

 

Possiamo allora tentare di staccare leggendo qualcosa che ci piace, ma per l’appunto nelle condizioni di stress manca la concentrazione per fare questa attività: siamo preoccupati per altro e non riusciamo a mantenere l’attenzione. Possiamo dormire per cercare di ricaricarci con il sonno, e magari non pensare più, ma non riusciamo ad addormentarci perché il corpo è troppo teso, e quindi siamo stanchi per la tensione ma non abbiamo sonno. Possiamo fumare una sigaretta, ma sappiamo bene che il fumo aumenta i battiti cardiaci e quindi l’ansia e lo stress. Possiamo abbuffarci del cibo che più ci piace, dolci e alimenti grassi: tuttavia il cervello in questo caso non fa altro che ricevere stimoli di piacere attraverso il cibo nelle aree deputate, per compensare uno stato di frustrazione e di insoddisfazione e quindi di stress. Risultato: dura poco e non serve a nulla. Anzi, a volte ci fa sentire ancora più abbattuti e in colpa.  

Ora, consideriamo che quando siamo stressati anche se non ce ne accorgiamo il nostro corpo si contrae, i muscoli si irrigidiscono, e quindi se da una parte questa dinamica fisiologica ha la funzione di resistere allo stress, dall’altra parte può portare a un irrigidimento e una infiammazione cronica le quali non permettono di trovare le energie necessarie per distendersi e quindi recuperare risorse per affrontare la situazione stressante. Un corpo rigido è un corpo morto.

Per questo l’altro rimedio spontaneo e casalingo più usato risulta essere quello di ascoltare la musica, oppure immergersi nella natura senza una particolare volontà se non quella di percepire i suoni e gli odori presenti in essa, oppure toccare con mano la primitività di un luogo: tutte attività molto vicine ai sensi e a percezioni primitive di tipo somatico, come l’odorato, l’udito e il tatto, le quali allentano sicuramente le tensioni muscolari perché si radicano su un livello profondo del sé corporeo.

I due rimedi spontanei e popolari della musica e della passeggiata nella natura sicuramente funzionano meglio di altri per staccare da condizioni stressanti e ricaricare le pile. Tuttavia, rimangono comunque dei meri palliativi rispetto a una attività strutturata, costruttiva e proattiva – e magari verificata a livello scientifico – per abbattere lo stress, come può essere il training autogeno, di cui parlerò tra poco.

Nelle mie ricerche teoriche e attività formative riguardanti le tecniche di rilassamento e il lavoro sul corpo, sono giunto a una conclusione riguardo allo stress: quello che occorre fare è il “non fare”. Nella filosofia taoista cinese, questo atteggiamento viene tradotto con “wu wei”, azione senza sforzo, nella quale la persona ritrova un suo equilibrio naturale attraverso un adeguamento proattivo, una flessibilità creativa, nei confronti di ciò che la ostacola nella vita. È il principio dell’acqua che scorre e che lentamente si adegua alla roccia, erodendola.

Per esempio: se avete sonno e decidete volontariamente di dormire, state pur sicuri che non vi addormenterete; viceversa è solo “abbandonandosi” al sonno, lasciando che accada, assecondandolo secondo una non volontà, che è possibile sprofondare in esso.

Ora, nel training autogeno – il metodo di rilassamento più famoso al mondo del quale sono operatore certificato – si parla a questo proposito di “concentrazione passiva”. Il soggetto si rivolge al proprio corpo attraverso l’assenza di sforzo, di volontà, di attenzione concentrata, abbandonandosi alle modificazioni fisiologiche somatiche che avvengono spontaneamente, e che con il tempo si automatizzano a partire da induzioni verbali specifiche. In questo modo la persona può rilassare e riequilibrare i vari sistemi circolatori, muscolari e nervosi automatici, recuperando così un funzionamento neurovegetativo naturale, capace a sua volta di stabilire una condizione di calma e di energia funzionali ad affrontare lo stress.

 

 

Un esempio pratico e concreto.

Una sera sono tornato a casa, praticamente stremato, dopo 8 ore di lavoro fisico con quasi 40 gradi. 
Dopo aver letto con fatica qualche pagina di un libro mi sono messo al pc ripromettendomi per l’ennesima volta di andare a correre prima di cena, dopo la pausa dei giorni precedenti. Rendendomi conto di non farcela decido comunque di fare un po’ di training autogeno per mantenermi in allenamento. Ho sonno e quasi mi addormento, ma alla fine pratico per 9 minuti netti, le prime tre consegne del training autogeno. Mi riprendo, sento di aver recuperato le forze sufficienti: metto le scarpe e vado a correre per più di mezzora. Mi sento bene, fresco e riposato.
Se pensi che che il recupero concreto e immediato delle energie attraverso il training autogeno possa riguardare solo il corpo e le energie fisiche, ti invito a intervallare lo studio intenso a sessioni di pochi minuti con questa attività, invece di berti caffè o fumarti sigarette una dietro l’altra, o peggio ancora entrambe le cose insieme. Oppure se vuoi staccare dallo stress da sovraccarico di lavoro in ufficio, prova per 5 minuti a interrompere il tran tran ripetitivo e meccanico di tipo mentale con il training, riacquistando attenzione, concentrazione e memoria. Stessa cosa per il rilassamento e il recupero delle risorse nelle professioni a rischio burnout, come medici, psicologi, psicoterapeuti, infermieri, counselor, operatori della salute.

Se vuoi approfondire la tecnica del training autogeno visita la sezione apposita del mio sito internet dedicata ad esso, alle classi di T. A., e ai corsi in programma per apprenderlo.

 

© Omar Montecchiani

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