Perdere il controllo

9 Maggio, 2018

Il corpo e le emozioni che attraverso di esso si esprimono, implicano sempre l’essere “in relazione a qualcosa”. Io mi emoziono per qualcosa che succede all’esterno di me, o al mio interno, o a partire da entrambe le direzioni. Il mio corpo si relaziona sempre a una situazione o a una persona, oppure a un oggetto, verso cui è proteso in modo progettuale e intenzionale. In questo momento ad esempio il mio computer rappresenta per me lo strumento attraverso il quale le mie mani, e quindi il mio corpo concepito come coscienza incarnata, possono esprimere ciò che io voglio dire. Sono in rapporto al mondo attraverso il computer che rappresenta il tramite tra il mio corpo vivente e le persone che potrebbero leggere questo articolo.

L’uomo è un essere che vive sempre in relazione, e persino quando si trova ad essere solo, comunque si rapporta ad un mondo rispetto al quale cerca il distacco, vivendo così un intimo rapporto di indifferenza o di conflitto. Oppure dialoga con se stesso al suo interno: con i suoi ricordi, pensieri, fantasie.

Ora, il rapportarci ad altre persone attraverso il corpo e le emozioni che in esso si incarnano e si esprimono, può produrre in noi spaesamento, ansia, paura. Le emozioni e il corpo rappresentano spesso e volentieri l’incontrollabile per eccellenza. Ulteriormente, il corpo è una “macchina di desiderio”, ed è nel corpo infatti che noi sperimentiamo il desiderio per l’altro. Ma anche i nostri bisogni si esprimono prima ancora che a parole attraverso il corpo: basti pensare ai bambini piccoli, i quali cercano di far capire alla mamma o al papà il loro bisogno di affetto o di cibo mediante convulsioni corporee, grida inconsulte, o espressioni di disperazione e pianti.

Emozioni, desideri e bisogni ci legano agli altri. Tutti e tre questi elementi possono sorgere in modo inconsapevole quando meno ce lo aspettiamo, e possono sconvolgere la nostra quotidianità, comportamenti, mondo interiore.

Ulteriormente, oltre a questa imprevedibilità e perturbabilità intrinseca, c’è da dire che gli altri possono o meno incontrare le nostre emozioni, comprendere i nostri bisogni e soddisfarli, o scambiare con reciprocità i sentimenti e i desideri che proviamo nei loro confronti. Questo può generare ansia e desiderio di controllo se non siamo centrati in noi stessi, se non ci sentiamo all’altezza e sufficientemente autonomi, o anche se non sappiamo gestire quello che stiamo vivendo con equilibrio, senso di realtà e saggezza.

Può accadere a questo punto che il controllo diventi un atteggiamento difensivo così ripetuto e costante, da assumere la forma di un’abitudine comportamentale inconsapevole e automatica. In altre parole non ci rendiamo più conto di controllare ciò che proviamo — emozioni, bisogni, desideri e il nostro stesso corpo—, al punto tale da diventare insensibili. Allora non ci emozioniamo più come un tempo o lo facciamo in modo conflittuale, e quindi non spontaneo, fluido, non desideriamo più ardentemente qualcosa o qualcuno, e il nostro corpo diventa carico di tensioni che non percepiamo nemmeno.

Abbiamo paura di lasciarci andare per non sentire più il dolore di essere abbandonati, rifiutati, incompresi. Così, meno ci lasciamo andare e meno contattiamo ciò che proviamo, finendo per non sentire più nulla.

Nella pratica del training autogeno, la quale rappresenta una parte importante del mio lavoro nei gruppi, accade spesso che la persona cominci a fare i conti con il “mollare la presa”. Concedersi cioè un momento di libertà dal controllo in un ambiente protetto e rilassante, nel quale poter risperimentare il piacere dell’abbandono. Le persone infatti entrano nel proprio corpo e nelle proprie sensazioni ed emozioni, attraverso una distensione progressiva in cui ci si lascia andare all’auto ascolto consapevole.

Nella prima consegna del training autogeno in particolare, cioè quella della pesantezza, spesso si sperimentano sensazioni di caduta e sprofondamento nel materassino. Queste sensazioni rappresentano simbolicamente e sensorialmente un incontro con la paura di rimanere soli, di lasciarsi andare, di essere abbandonati o essere rifiutati dagli altri. Ma il terreno sul quale poggiamo ci sorregge, ci sostiene e assorbe tutti i nostri timori, rimandandoci al fatto inequivocabile che noi abbiamo un corpo, siamo un corpo, il quale percepisce se stesso e la base sulla quale poggia.

Il senso di sé acquista solidità e sicurezza in questo modo, perché si radica nella certezza della percezione somatica, così come aumenta il senso di realtà, permettendoci di scoprire una risorsa assoluta: in un’esperienza fisica e mentale insieme, verifichiamo sulla nostra pelle che ci è dato un corpo il quale ha la possibilità di abbandonarsi a se stesso, mollare la presa, sprofondare, senza tuttavia affondare mai completamente. Che è come dire che gli altri possono abbandonarci o non comprenderci per come vorremmo, non soddisfare i nostri bisogni, ma abbiamo comunque la capacità di rimanere in piedi e badare a noi stessi da soli. Proviamo la sensazione concreta, reale, tangibile, di essere minimamente autosufficienti.

Il rilassamento muscolare che avviene nell’esercizio della pesantezza aiuta a sciogliere le tensioni venutesi a creare nel controllo costante dell’ambiente e delle emozioni, permettendo così alle persone di diventare consapevoli del fatto che i muscoli ci sono e possono aiutarle nella gestione di ciò che provano, ma non debbono per forza essere sempre necessariamente tesi. La tensione costante crea infatti problematiche non solo di congelamento emotivo, perdita di energia vitale e disincanto del mondo, ma anche di tipo psicosomatico come contratture, artrosi, disturbi neuromuscolari, etc.

Se vuoi approfondire la tecnica del training autogeno puoi visitare la sezione del sito dedicata, e scoprire i corsi e le attività in programma relative a questo argomento.

© Omar Montecchiani

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