Quella strana paura di guardarsi in faccia

17 Novembre, 2019

Sul nostro volto è iscritta tutta la nostra storia: identità, provenienza geografica, età. Ma non solo.

È incredibile infatti dice Paul Ekman, psicologo americano esperto di espressioni facciali, che il viso delle persone sia allo stesso tempo quel territorio nel quale si svelano maggiormente le emozioni provate, ma anche la parte meno guardata dalle persone.

Eppure, per capire le persone che ci stanno intorno e per capirsi quindi reciprocamente, dovremmo innanzitutto osservare il viso della persona che ci sta di fronte: proprio perché esso, il volto, rappresenta una specie di palcoscenico delle emozioni.

In effetti a volte proviamo una specie di imbarazzo, di timore, di ritrosia, nell’osservare i lineamenti, gli occhi, lo sguardo, e soprattutto i movimenti facciali, i quali rivelano le emozioni che si provano.

Quali sono i motivi per cui succede questo?

Ne dirò solamente due, tra i tanti che potrebbero essere elencati.

Innanzitutto non guardiamo l’altro in faccia per motivi legati all’educazione.

Fin da piccoli infatti molto spesso ci hanno detto che  guardare il viso delle persone, fissarle, non è buona educazione.

Non bisogna guardare il volto di alcune persone troppo a lungo, come ad esempio quello del babbo quando è arrabbiato: perché potrebbe arrabbiarsi ancora di più.

Lo sguardo porta con sé, sul piano concreto della comunicazione non verbale, l’intenzionalità di chi ci guarda. La quale può essere percepita come offensiva, intrusiva, fuori luogo e inopportuna.

Preferiamo quindi che sia l’altro ad esporci quello che prova attraverso le sue parole, se vuole, piuttosto che cercare di cogliere la sua intimità attraverso un’indagine degli elementi del suo viso.

Il sostare troppo a lungo dell’occhio sul volto, può rappresentare una minaccia per l’altro, che cerchiamo di evitargli.

C’è un pudore sociale che tendiamo a rispettare, a meno che non siano certi ruoli, o situazioni, a liberarci da questo tipo di sensibilità dello sguardo.

Ma vi è anche una sottile dinamica legata all’obbligo sociale, nei confronti di coloro che esprimono una certa emozione.

Il non guardare l’altro in volto, ci sgrava del peso di “doverlo” aiutare, sostenere, o comunque di preoccuparci dei suoi sentimenti.

Se ad esempio la persona che abbiamo di fronte scopre che abbiamo visto una sua manifestazione di rabbia o di fastidio, sentiamo di dovergli chiedere se questo è dovuto a un nostro comportamento o a quello che abbiamo detto.

Se esprime tristezza o malinconia, potremmo sentire di “dovergli” offrire conforto, sostegno, aiuto.

In qualsiasi rapporto interpersonale, a meno che non si tratti di due innamorati intimamente connessi tra loro, le persone evitano di guardarsi in faccia, o comunque evitano di farlo troppo a lungo, perché non si vogliono fare carico o non voglio prendere atto delle emozioni che l’altro prova.

E di conseguenza delle emozioni che, il volto dell’altro, scatena in noi.

Riuscire a guardarsi in volto, occhi negli occhi, significa infatti diventare consapevoli delle proprie emozioni “scomode”.

Averle accettate, e aver appreso a saperle gestire.

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima come diceva Platone, allora quelli dell’altro e il suo volto non solo riflettono ciò che lui prova dentro di sé: ma anche ciò che noi proviamo in risposta al suo sguardo e al suo volto nel quale le emozioni si mostrano.

Se non sappiamo sostenere il volto di chi ci sta di fronte, non sappiamo sostenere quello che sentiamo dentro di noi. E viceversa.

Nel mio lavoro di counselor, devo sempre mantenere un contatto oculare costante con il cliente che mi sta davanti: per comprendere la sua anima e per esprimere la mia empatia nei suoi confronti. Per fargli sentire che ci sono, e che lo sostengo con la mia semplice presenza, verificabile prima di tutto attraverso mio sguardo.

Per questo motivo ho lavorato e continuo a lavorare su di me e sulle mie emozioni, affinché riesca a dare ai miei clienti sempre il massimo in termini di ascolto, empatia, accettazione incondizionata e soprattutto presenza.

Se non riuscissi a guardare il loro volto o i loro occhi, è possibile non solo che io perda il contatto con loro, e che quindi non riesca più a seguirli: ma anche che loro sentano me come assente.

Tuttavia, cerco sempre di usare un certo tatto, evitando ad esempio di mettere in imbarazzo la persona che ho di fronte con un’osservazione insistente.

Ad esempio, se si trova a vivere un momento intimo e delicato all’interno del colloquio, e intuisco che ha bisogno di essere lasciata sola con se stessa per qualche momento, la lascio a suo silenzio di “raccoglimento” evitando di stargli addosso sia con le mie parole, sia con la comunicazione non verbale del mio volto.

Insomma: faccio un utilizzo strategico del mio sguardo e della osservazione del volto del cliente, sempre nel rispetto dell’intimità dell’altro.

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Dato che ho speso molto tempo per scrivere questo articolo, ti chiedo gentilmente, se vuoi, di lasciare un tuo commento per farmi sapere se ti è piaciuto. Oppure di condividerlo se vuoi sui tuoi canali social. Mi farà piacere.

 

© Omar Montecchiani

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