Rabbia, proiezione e identificazione

9 Maggio, 2018

Molto spesso, quando sento una forte rabbia verso qualcuno e i film mentali cominciano a scorrere a razzo nella mia mente, mi fermo un attimo e comincio a osservare che cosa, dentro di me, è stato agganciato a ciò che l’altro ha detto o fatto.

Con il tempo ho compreso che una reazione eccessiva di rabbia, con fantasie ripetute che veicolano una forte aggressività e violenza, difficilmente è qualcosa di buono.

Tendenzialmente, una qualsiasi reazione emotiva improvvisa che si esprime circolarmente e in modo esagerato è il segno di una proiezione rispetto a qualcosa che in noi è stato toccato dall’altro, e che noi non abbiamo ancora compreso. Per questo motivo si è automatizzata, e di solito viene agita impulsivamente facendo si che perdiamo totalmente il controllo di noi stessi.

L’identificazione con le emozioni è possibile solo nel momento in cui non capiamo il collegamento tra ciò che, in esse, si aggancia ai nostri vissuti incompresi e irrisolti. Chi vive le emozioni non si lascia vivere da esse, ma esprime quelle emozioni le quali gli permettono di vivere in termini di consapevolezza di sé, adattamento funzionale all’ambiente, e comprensione del mondo.

Negli anni ho sperimentato questo. Quando provo una forte rabbia resto in ascolto di ciò che provo a livello corporeo ed emotivo innanzitutto. Poi osservo i miei pensieri dall’esterno, come se scorressero su uno schermo cinematografico. Questo è quanto basta per farmi capire quanto di ciò che sento appartiene davvero a me come risposta a ciò che l’altro ha detto o fatto, e quanto viceversa mi appartiene in modo inconsapevole, toccando delle ferite non ancora del tutto cicatrizzate, e quindi mi spinge a re-agire difendendomi da me stesso secondo un modo di essere inautentico.

Quando re-agisco a qualcosa fuori di me, tento di difendermi non da ciò che vedo e sento all’esterno, ma da ciò che dentro me stesso è stato toccato a partire dall’esterno: in questo caso finisco per sentirmi ancora peggio che se non avessi risposto affatto.

Di solito, dopo che mi sono auto osservato nelle mie re-azioni muscolari, emozioni e pensieri, tutto si attenua sensibilmente, e non ho più alcuna voglia di reagire. A volte succede che se riesco ad osservare per un certo periodo senza fare nulla ciò che accade dentro me stesso, anche se non riesco a comprendere esattamente quello che mi succede, e quindi a riannodare le emozioni che sento a delle parti di me o a dei vissuti particolari, accade comunque che lasci perdere la possibilità di reagire a ciò che l’altro ha detto o fatto. Perché mi rendo conto che le mie reazioni sono esagerate, e quindi molto probabilmente c’è qualcosa che non capisco e che la realtà esterna è ancora troppo filtrata dai miei meccanismi di difesa. Quindi o non reagisco alla situazione che sto vivendo, oppure, dopo un certo tempo, quando mi sono calmato a sufficienza provo a parlare all’altra persona di come mi sono sentito in risposta a ciò che questa ha detto, che cosa desideravo o mi aspettavo da lui/lei, e che cosa vorrei fare o dire.

In questo modo dico comunque quello che penso e sento, faccio quello che voglio fare, ma a partire da uno stato migliore: sono più cosciente, più calmo ed equilibrato, e quindi so gestire meglio me stesso e le mie emozioni. In altre parole, ho un maggiore controllo della situazione. Questo mi permette di comportarmi e di esprimermi in modo più adattivo e funzionale, ecologico, e quindi di stare meglio rispetto al rapporto che ho con me stesso e con gli altri.

Solitamente questo modo di elaborare le emozioni mi ha salvato dall’aggredire gli altri o dall’aggredire me stesso numerose volte.

 

© Omar Montecchiani

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