Sul silenzio

9 Maggio, 2018

Appena terminato il libro di David Le Breton, “La sovranità del silenzio”, desidero spendere qualche riga su questo tema a me molto caro.

Rispetto al trambusto quotidiano, alla saturazione auditiva derivante dall’inquinamento acustico post moderno, il silenzio rappresenta una merce rara dice Le Breton, un reperto archeologico. La musica costante nelle sale di attesa; gli altoparlanti che urlano annunci pubblicitari e di vendita nelle strade, nei negozi, nei bar; il chiacchiericcio delle radio, diventano il rumore di sottofondo dei luoghi sociali, attraverso il quale spesso ci togliamo dall’imbarazzo di non sapere di cosa parlare. In questo senso il rumore è l’escamotage per anestetizzare il dolore di rivolgerci verso la nostra interiorità, per evadere da noi stessi per la paura di sapere, o non sapere, cosa troveremo: i nostri sensi, l’udito in particolare, si rivolgono all’esterno pur di non sostare all’interno.

Certamente subiamo in modo passivo e involontario rumori che finiamo per odiare. Eppure, benché il traffico assordante della strada o i colpi acuti e violenti del cantiere situato a poca distanza da noi, siano acusticamente più forti rispetto alle feste private sotto casa, nelle quali la musica viene mandata a tutto volume, oppure del cane del vicino che abbaia, del suo televisore che ci priva del meritato riposo, della libertà, soprattutto del rispetto che ci deve, questi ultimi rumori ci irritano molto di più. Da questo punto di vista il rumore sembra essere più una questione morale piuttosto che di decibel.

Allora cerchiamo di proteggerci dal rumore del mondo moderno difendendo il silenzio che riusciamo a strappare dalla natura al di fuori della città. Una passeggiata nel bosco ci permette di riconnetterci a una presenza quasi metafisica di noi stessi.

La natura è fatta di suoni, non di rumori, i quali danno spessore e vita al silenzio che penetra tutte le cose: gli alberi, i sassi, gli animali, l’acqua, il vento. Il tuono che lacera il silenzio circostante lascia emergere una emozione, rinviandoci al senso del sacro che è in noi, e a una condizione di creaturalità che nasce nel momento in cui percepiamo di essere parte di un tutto originario, il quale ci fa sentire eterni e finiti insieme. Il camminare nella natura, o comunque in un luogo silenzioso e protetto dal rumore, fa si che ci immergiamo in una dimensione di sospensione temporale e spaziale, in cui le cose escono dalla banalità quotidiana per rivelarsi nella loro enigmatica presenza, la quale ci rimanda a una pluralità di significati inafferrabili. A volte terribili nella loro impenetrabilità. Qui è possibile solo la contemplazione silenziosa dei luoghi, in quanto la parola coprirebbe una bellezza inesprimibile e incondivisibile attraverso il linguaggio.

Il silenzio strappa il velo rassicurante del mormorio che avvolge le cose nella quotidianità, mostrandole nella loro nudità originaria a volte inquietandoci. Riconsegna gli oggetti e i luoghi a una dimensione sacrale nella quale non c’è alcun punto di riferimento, alcuna traccia da seguire. Se il rumore è il segno tangibile della presenza e della sovranità umana sulla terra, il silenzio è il segno di un’assenza quasi inumana. 

Ma esso ci permette anche di rinfrancarci dalla penetrazione interstiziale della tecnica nelle nostre vite, di farci più presenti a noi stessi per poterci in seguito reimmergere nella violenza del rumore della città. Il silenzio, essendo un ripiegarsi nella propria interiorità, nella propria intimità, rappresenta una sfida al sistema economico e produttivo il quale vede in esso solamente un luogo inutilizzato da spremere e da investire per generare merci, per “farci qualcosa”.

Ma un silenzio inteso come luogo di ricerca, di incontro e di ascolto di se stessi, deputato quindi all’essere piuttosto che al fare, è qualcosa di inutilmente gratuito, che può essere sempre recuperato per colmare la frattura tra se e il mondo, rintracciando un’unità perduta e una presenza più autentica e piena.

 

© Omar Montecchiani

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