Ti racconto una storia…

13 Giugno, 2020

Quando ero bambino mi ricordo che avevo una grande passione per la scrittura e la lettura.

Era un qualcosa di innato. Nessuno, né i miei genitori né altri, mi avevano indotto a scrivere o a leggere in qualche modo a quell’età.

Anche se, ripensandoci ora a quasi 42 anni, non mi era così “chiara” questa mia passione. Avevo solo la “sensazione” di stare bene quando scrivevo e quando leggevo.

Scrivere e leggere mi riempiva di entusiasmo.

Una maestra, alle elementari, lo aveva capito. Ricordo perfettamente infatti che mi seguiva nei compiti in classe, mi incitava, mi stimolava ad approfondire gli argomenti. Spesso, dopo aver svolto qualche tema di italiano e dopo avermi dato qualche buon voto, mi invitava a leggerlo davanti ai miei compagni.

Espormi di fronte altri mi imbarazzava tantissimo, ma allo stesso tempo… quanto era grande il senso di orgoglio che provavo!

In seguito, quando ero adolescente – e anche oltre – una persona in particolare ha creduto talmente tanto in questo mio talento, che mi sono sentito spinto a scrivere moltissime poesie.

Ne scrivevo una dopo l’altra, a centinaia. E le ho scritte per almeno 15 anni. Spesso mentre vagabondavo per i boschi, oppure quando ero solo al bar immerso nei miei pensieri, sorseggiando un cappuccino e mangiando una brioche al cioccolato.

Ora che ci penso: se guardo bene, lassù, in soffitta, sono sicuro di poter ritrovare qualcuno di quei miei diari segreti, in cui annotavo poesie, pensieri, e riflessioni personali. Magari infilato tra libri scolastici abbandonati, vecchi scatoloni pieni di giocattoli e cianfrusaglie, e tante ragnatele.

Quelle poesie e quelle riflessioni, mi sembrava, all’epoca, potessero aiutarmi a capire che tipo di uomo sarei voluto diventare da adulto.

E un po’, devo dire, è stato così. Mi è servito.

Negli anni successivi ho creduto di aver perso questa passione e questo talento innato. Ma direi che, molto più semplicemente, non ci pensavo più.

Fino a che qualche anno fa, in un particolare periodo della mia vita in cui mi sentivo esplodere di energie e di creatività, dopo aver intrapreso la formazione per diventare counselor, ancora una volta alcune persone hanno cominciato di nuovo a credere in me e in questa mia attitudine alle parole e alla scrittura.

Mi sentivo quasi “posseduto” (non ti spaventare, è solo un modo di dire!). Ho iniziato a scrivere articoli su articoli su diverse riviste nazionali di filosofia, psicologia e psichiatria. Ho lasciato andare tutte le manie di perfezionismo che mi bloccavano e mi sono buttato. Ho ricevuto tante critiche, mi sono rimboccato le maniche, e ho migliorato le mie competenze studiando ed esercitandomi attraverso tante esperienze formative e di vita.

In seguito, questo “laboratorio di scrittura” mi ha convinto definitivamente (per fortuna!) che dovevo esprimere quello che sentivo e quello che sapevo attraverso questo mezzo. Ho acquisito sicurezza in me stesso e nelle mie capacità, finché non ho cominciato a camminare con le mie gambe.

Non avevo più bisogno che qualcuno mi dicesse che ero bravo in qualcosa. Ho iniziato a fare io stesso dei progetti legati alla scrittura, in modo del tutto autonomo.

Da quel momento ho scritto 6 libri, 5 tesi, 2 manuali in pdf gratuiti, e decine di articoli. Senza contare le centinaia di post sui social. E non mi sono più fermato.

Ma il talento, se ci pensi, è proprio questo. È qualcosa che, se viene messo in pratica, se viene esercitato, ci fa stare bene – e, perché no, può anche farci guadagnare da vivere se abbiamo fortuna e se siamo abili.

Più lo eserciti, più lo pratichi, più diventa potente dentro di te, e quindi può darti i suoi frutti. Anche concreti.

Viceversa, meno ci credi, meno lo eserciti, più si spegne. Portandosi dietro una grande fetta della tua energia e delle tue potenzialità.

Per farti capire meglio con una metafora: il talento è come una piccolo seme che ancora deve svilupparsi. Tutti noi ne abbiamo uno, fin dalla nascita, dentro di noi.

È solo che dobbiamo annaffiare e curare quel seme, affinché si sviluppi e da esso nasca una piantina forte e sana.

Se sappiamo qual è la cosa per cui siamo veramente portati, e se ci allineiamo a quella conoscenza e a quel fare innati, la nostra vita diventerà piena e gratificante, e i nostri rapporti saranno più arricchenti.

Diventeremo luce.

L’insegnamento che ti vorrei passare a partire dalla storia che ti ho raccontato, è che a volte abbiamo bisogno di qualcuno che creda in noi per poter credere in noi stessi e in ciò che ci caratterizza intimamente.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi quel seme dal quale può nascere una grandiosa piantina, capace di convogliare il nostro essere e di renderlo splendente.

Sappiamo di avere un talento, perché ne abbiamo rinvenute le tracce magari nell’infanzia, come ho fatto io. Oppure perché ci piace buttarci d’impegno in qualche nostra passione, che è venuta fuori magari nel dopo lavoro. Pittura, scultura, comunicazione, capacità di relazionarsi agli altri, vendere, saper organizzare piani di azione, studiare, fare ricerca in un determinato ambito, praticare un certo sport, costruire oggetti, ecc. ecc. ecc.

Qualcosa che ha sonnecchiato dentro di noi, e che, nel tempo libero, cominciamo timidamente a tirare fuori perché “ci fa stare bene”.

Eppure non abbiamo il coraggio di esercitarlo pienamente. O, se non lo esercitiamo per niente, se lasciamo perdere fin dal principio la ricerca, per qualsiasi motivo, finiamo per spegnerci. Per spegnere la nostra essenza. Siamo piante senza vita, che svolgono lavori meccanici capaci di mandare avanti una famiglia, di darci degli svaghi, di comprare frivolezze. Ma non sono lavori o occupazioni che ci riempiono d’amore e di gratitudine per ciò che facciamo.

Anzi, anche se ci permettono di pagare le bollette, spesso e volentieri ci uccidono dentro, e per questo finiamo per odiarli.

Ti ho parlato di queste due cose, e cioè dell’importanza che a volte può svolgere una persona, un mentore, nella nostra vita, per la scoperta o la riscoperta del nostro talento, e dell’esercizio pratico, concreto, di questo stesso talento, per un motivo che si lega alla mia professione.

Se hai pazienza, segui ancora un attimo il filo che sto tracciando.

Quando accompagno un cliente, io ho l’obbligo morale e umano di credere in lui, se voglio aiutarlo veramente. E non è solo un “dovere”: adoro fare questo.

C’è sempre qualcosa da apprezzare in ogni persona, e ognuno di noi ha un talento nascosto che deve soltanto venire alla luce, se ci crediamo veramente. O se c’è qualcuno che ci aiuta a crederci.

Quello che faccio in questi casi, appunto, è aiutare le persone che vengono da me, a ri-scoprire le loro inclinazioni, le loro risorse, e anche i loro talenti (si, lo so non sono la stessa cosa: te lo sto dicendo per farti capire il concetto), affinché possano, attraverso questa ri-scoperta, superare il loro momento sfidante. E magari reinventarsi una nuova vita. Sanno di avere un’attitudine, un talento, ma non riescono a tirarlo fuori: non riescono a crederci fino in fondo.

E sebbene si rendono conto dell’importanza della cosa, allo stesso tempo pensano sia tutto tempo sprecato concentrarsi su questo. In altre parole, si auto sabotano. I rischi e le paure che sentono sono troppo grandi.

Dopo aver lavorato insieme, anche se non sempre riescono pienamente in questa battaglia per l’autorealizzazione, la lotta che li vede impegnati in questo tentativo di riscoperta di sé basta da sola a renderli paghi, soddisfatti, e felici della propria vita.

A volte è lo sforzo che fanno per realizzare i loro obiettivi, indipendentemente dal fatto che li realizzano o meno, a dare un senso alla loro esistenza: almeno ci hanno provato!

Hanno lottato per tirare fuori la loro autenticità, dando voce ai semi che hanno dentro, e cercando di realizzare la vita che hanno sempre voluto. Tanto basta.

Sono venute da me tante persone che, piene di rimpianti, cercavano un aiuto per cambiare una vita che non gli è mai piaciuta. E questo perché, semplicemente, non sapevano ciò per cui erano portati. Non avevano capito di che specie era il semino piantato nella loro anima. Sapevano che c’era, ma non sapevano cos’era.

Mi viene in mente un film che ho tanto amato: “L’attimo fuggente”, con Robin Williams. In quel film, a un certo punto il professore di letteratura pronuncia con tono enfatico un discorso molto potente ai suoi allievi: «Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo. Ribellatevi!» 

Detesto vedere questo spreco. Ecco perché faccio questo mestiere: amo l’umanità e il potenziale che c’è in ogni individuo, e la mia unica missione in questa vita, è aiutare le persone a tirare fuori da sé questo potenziale.

Ho faticato tanto per tirare fuori il mio e ora posso solo mettermi al servizio degli altri a partire dalla mia esperienza.

Per questo mi permetto di suggerirti una cosa: se le parole che ho scritto hanno risuonato almeno un po’ dentro di te, se senti che qualche aspetto della tua vita non ti quadra, e se vorresti cominciare a cambiarla, almeno un po’, in meglio, mandami un messaggio whatsapp in tutta tranquillità al 3477120438, e prenota subito la tua chiamata gratuita di 30 minuti.

Se stabiliremo che posso aiutarti, e se ci troveremo in linea con gli obiettivi che vuoi raggiungere, inizieremo un percorso strutturato per rendere la tua vita un po’ più speciale. Un po’ più vera, autentica, gratificante.

Ti saluto. A presto, e un caro abbraccio.

© Omar Montecchiani

 

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